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	<title>E-zine &#187; The Secret #2/12</title>
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	<description>Il gusto del bello</description>
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		<title>“AsAbarok”: intervista a Christian Zanotto</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 21:40:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara Marcotulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[The Secret #2/12]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Si apre venerdì prossimo, 20 aprile 2012 ad Amsterdam, alla Red Stamp Art Gallery la personale dell’artista vicentino Christian Zanotto, a cura di Sonia Arata. &#160; La mostra ha un titolo bizzarro, “AsAbaroK”, tra anagramma e formula...</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Si apre venerdì prossimo, 20 aprile 2012 ad Amsterdam, alla <a href="http://www.redstampartgallery.com/">Red Stamp Art Gallery</a> la personale dell’artista vicentino Christian Zanotto, a cura di Sonia Arata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La mostra ha un titolo bizzarro, “AsAbaroK”, tra anagramma e formula magica…</p>
<p>Asa e Barocco indicano, innanzitutto, la peculiarità del fare artistico di Christian Zanotto: la combinazione tra figurazione moderna e passata, tra gli asa della fotografia e una trascorsa epoca di grandioso utilizzo dell&#8217;immagine. E ancora: “As a Barok”, “come un barocco”, come chi, cioè, agisce e sente con le qualità di quella particolare categoria estetica e spirituale che il termine barocco indica. Zanotto quindi si riferisce a se stesso e al genere umano quando afferma con ironia: “Mi piace pensare all&#8217;uomo come a una scimmia barocca”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Christian Zanotto (1972), cosmopolita per indole, dal 2000 vive ad Amsterdam. E’ un talento virtuoso delle arti digitali, <em>“che si distingue per l’abilità di manipolazioni multimediali dall’effetto plastico-scultoreo sorprendente e una potenzialità creativa manierista e neobarocca d’impatto scenografico non comune”</em></p>
<p>Gli ho chiesto di raccontarsi e di raccontare il suo lavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Fammi capire: ho vissuto ad Amsterdam per anni, cercando disperatamente di convertire quei calvinisti indefessi all’opulenza barocca, almeno alla mia, e tu ora me li seduci così, senza fatica, con questa <a href="http://www.redstampartgallery.com/Press%20Release%20-%20ASABAROK.html">mostra</a>?</strong></p>
<p><em>Hai usato perfettamente la parola “seduci“, in genere la chiave per entrare in contatto con le persone olandesi è la seduzione: mantengono intimamente una buona dose di fanciullezza, sono attratti da ciò che è diverso e ti amano se riesci a stupirli; ho avuto un buon riscontro di interesse su questa mostra : ad incuriosire, oltre alle immagini, è stata soprattutto la tecnica.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Hai scelto un titolo “AsAbarok” che gioca con il vecchio (asa &#8211; per fotografia, ma non solo) ed il nuovo. E’ un titolo che comunica ma non svela fino in fondo, e lascia lasco all’immaginario. Dove corre, il tuo, di immaginario?</strong></p>
<p><em>Il mio immaginario corre forse verso l‘assurdo: mi sembra di avere già letto sui muri, scritto con lo spray, “AsAbaroK esiste” ; forse mi sono confuso, era buio e correvo veloce, ma poi ho provato a cercare su Google… in effetti …“AsAbaroK” c’e.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Mi incuriosisce molto il tuo rapporto con Amsterdam, la città che ospita AsAbarok e dove vivi da diversi anni. Quella, per intenderci, dove le persone faticano a parlare di se’ ma si rifiutano di appendere tende alle finestre. Quanto ti ha suggestionato questo continuo tendere ad essere “anche altro”?</strong></p>
<p><em>Le finestre senza tende sono aperte alla luce, ma sono ben chiuse agli sguardi : se ti soffermi    non puoi che venir colto dal disagio, ti senti una spia, cresce il timore di essere scoperto; i segreti sono ben custoditi , alla fine ad attirare l’attenzione sono le tende chiuse ….. mi viene                  alla mente una frase di Lennon “Everybody’ s got something to hide except me and my monkey”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Le tecniche che scegli, l’allestimento sembrano parlare di una scelta ben definita di rendere partecipe il pubblico fino in fondo, senza filtri, come in un viaggio virtuale attraverso le diverse dimensioni in cui vivono i tuoi soggetti. Ho colto nel segno, o ho soltanto dormito poco?</strong></p>
<p><em>Dormire poco e’ un bel gioco … Sì, hai colto il mio intento, con le mie opere cerco di coprire lo spettro di comunicazione più ampio possibile , ad ogni immagine esposta corrisponde un video, spesso integrato dalla visione stereoscopica, ed il sonoro ha grande importanza: mi piace creare una situazione disorientante che vada a favorire un più libero coinvolgimento dello spettatore,un qualcosa che rimanga anche quando si sia usciti dalla galleria. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>I lavori che hai scelto per AsAbarok si chiamano e rimandano tra di loro come a svelare un codice visivo, un linguaggio sconosciuto che vuoi suggerirci di ascoltare. Sicuro sia un suggerimento saggio?</strong></p>
<p><em>Se dico di esserne sicuro potrei comunque mentire: lascio il “libero arbitrio” a chi verrà coinvolto in “AsAbaroK“. Amo corrompere, quando a corrompersi sono i lacci che ci sono imposti,</em> <em>poi ognuno potrà scegliersi delle scarpe nuove o decidere se portare gli stivali.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nei tuoi lavori ricorre la figura femminile, sacra e profana, oggi dea e domani chissà. Mi affascina sempre immaginarmi così, posso posare per te la prossima volta?</strong></p>
<p><em>Me lo stai facendo desiderare , sei disposta a farti sacrificare e santificare? … Ti rimane poi comunque la possibilità della profanazione . Sul mio set le leggi fisiche sono come tu le preferisci.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Immagino che dopo aver letto questa intervista il 20 ci sarà ancora più gente. Vuoi suggerirgli un posto dove andare a bere qualcosa dopo? Li raggiungerai più tardi, vero?</strong></p>
<p><em></em>Dopo l’emozione di un’apertura rilassiamoci in un’ atmosfera soft … mi troverete già là , magari sdraiato, sui giganteschi divani bianchi del <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.supperclub.com">Supperclub</a></span>… Spero di vederti … facciamo tintinnare il bicchiere!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La mostra <a href="http://redstampartgallery.com">http://redstampartgallery.com</a></p>
<p>Il catalogo online della mostra <a href="http://issuu.com/redstampartgallery/docs/asabarok">http://issuu.com/redstampartgallery/docs/asabarok</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/ANARKA-christian-zanotto.jpg" rel="lightbox[13823]" title="ANARKA-christian-zanotto"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13835" title="ANARKA-christian-zanotto" src="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/ANARKA-christian-zanotto-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a><a href="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/autoritrattoin-catalogoChristian-Zanotto.jpg" rel="lightbox[13823]" title="autoritratto(in-catalogo)Christian-Zanotto"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13834" title="autoritratto(in-catalogo)Christian-Zanotto" src="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/autoritrattoin-catalogoChristian-Zanotto-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a><a href="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/HAPPY-BIRTHDAY-I-AM-THE-PRESIDENT-selfportrait-christian-zanotto.jpg" rel="lightbox[13823]" title="HAPPY-BIRTHDAY-I-AM-THE-PRESIDENT-selfportrait-christian-zanotto"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13833" title="HAPPY-BIRTHDAY-I-AM-THE-PRESIDENT-selfportrait-christian-zanotto" src="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/HAPPY-BIRTHDAY-I-AM-THE-PRESIDENT-selfportrait-christian-zanotto-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a><a href="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/I-WANT-TO-BE-ANOTHER-IKARO-detail-christian-zanotto.jpg" rel="lightbox[13823]" title="I-WANT-TO-BE-ANOTHER-IKARO-(detail)-christian-zanotto"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13832" title="I-WANT-TO-BE-ANOTHER-IKARO-(detail)-christian-zanotto" src="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/I-WANT-TO-BE-ANOTHER-IKARO-detail-christian-zanotto-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a><a href="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/I-WANT-TO-BE-ANOTHER-IKARO-christian-zanotto.jpg" rel="lightbox[13823]" title="I-WANT-TO-BE-ANOTHER-IKARO-christian-zanotto"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13831" title="I-WANT-TO-BE-ANOTHER-IKARO-christian-zanotto" src="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/I-WANT-TO-BE-ANOTHER-IKARO-christian-zanotto-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a><a href="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/LEAVE-THE-PLANET-christian-zanotto.jpg" rel="lightbox[13823]" title="LEAVE-THE-PLANET-christian-zanotto"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13830" title="LEAVE-THE-PLANET-christian-zanotto" src="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/LEAVE-THE-PLANET-christian-zanotto-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a><a href="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/MIMESIS-christian-zanotto.jpg" rel="lightbox[13823]" title="MIMESIS-christian-zanotto"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13829" title="MIMESIS-christian-zanotto" src="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/MIMESIS-christian-zanotto-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a><a href="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/PROMENADE-detail-christian-zanotto.jpg" rel="lightbox[13823]" title="PROMENADE-(detail)-christian-zanotto"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13828" title="PROMENADE-(detail)-christian-zanotto" src="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/PROMENADE-detail-christian-zanotto-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a><a href="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/PROMENADE-christian-zanotto.jpg" rel="lightbox[13823]" title="PROMENADE-christian-zanotto"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13827" title="PROMENADE-christian-zanotto" src="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/PROMENADE-christian-zanotto-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a><a href="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/SKINS-detail-christian-zanotto.jpg" rel="lightbox[13823]" title="SKINS-(detail)-christian-zanotto"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13826" title="SKINS-(detail)-christian-zanotto" src="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/SKINS-detail-christian-zanotto-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a><a href="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/SKINS-christian-zanotto.jpg" rel="lightbox[13823]" title="SKINS-christian-zanotto"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13825" title="SKINS-christian-zanotto" src="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/SKINS-christian-zanotto-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a><a href="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/video-still-frame-I-HAVE-TO-SAY-christian-zanotto.jpg" rel="lightbox[13823]" title="video-still-frame-I-HAVE-TO-SAY-christian-zanotto"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13824" title="video-still-frame-I-HAVE-TO-SAY-christian-zanotto" src="http://www.e-zine.it/dati/2012/04/video-still-frame-I-HAVE-TO-SAY-christian-zanotto-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Christian Zanotto <a href="http://www.christianzanotto.com/">http://www.christianzanotto.com/</a></p>
<p>Canale Vimeo <a href="https://vimeo.com/channels/137664">https://vimeo.com/channels/137664</a></p>
<div class="clear">&nbsp;</div>]]></content:encoded>
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		<title>Il grande Wooon</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 21:40:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuela Liverani</dc:creator>
				<category><![CDATA[The Secret #2/12]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Infinitesimali pixel si aggregano sul monitor. Formano un’immagine familiare, riemersa dagli anni proprio dietro alle mie spalle. E’ un’onda emozionale che prende gli occhi, li colma di rabbia spazzando via tutto con mano incerta. E’...</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Infinitesimali pixel si aggregano sul monitor. Formano un’immagine familiare, riemersa dagli anni proprio dietro alle mie spalle. E’ un’onda emozionale che prende gli occhi, li colma di rabbia spazzando via tutto con mano incerta. E’ un’onda asciutta che gratta su una materia delicata. Brucia al contatto continuo. E’ imbarazzante però sto soffocando e mentre tento di respirare senza fermarmi un attimo per valutare il meglio da fare, sopravvivo emettendo soffi a mantice faticosi da ascoltare. Per chiunque. Persino per me, che pure continuo a soffocare nell’incoscienza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E venne il cancro e fu un evento, di quelli che non sai mai cosa metterti. Quella malattia che molti chiamano “il male brutto”. Io la chiamo “il grande WOOON”* ma in genere quando ne parlo uso il suo nome, cancro.</p>
<p>Onestamente mi irrita quando viene accostato alla Mafia, alla corruzione, a tutti quei maledetti malanni di una società che generalmente ha paura di chiamare con il suo nome l&#8217;unico che se lo è conquistato. Come dire&#8230;quando ho avuto il cancro avevo dentro la Mafia? La P2? Le &#8216;ndrine? A saperlo mi preoccupavo di più.</p>
<p>Non ci facevo caso prima. A tante cose non facevo caso. Spesso non facevo caso alla vita se non come accessorio al lasciarmi vivere.</p>
<p>Il giorno in cui me lo hanno detto la notizia mi ha attraversato ed è volata via. Quel giorno si è palesato “il grande WOOON” ma non gli ho dato importanza. Lui mi ha guidato verso la notizia, le ha dato notizia che avevo avuto notizia, ci ha preso insieme e ci ha detto: “Non sono un dio, sono una cosa elastica dentro cui adesso voi due entrate insieme e fate due chiacchiere. Conoscetevi e moltiplicate i vostri sensori. Udite prima di farvi udire. WOOON!”.</p>
<p>Fico, mi sono detta. Mi stai dicendo, oh WOOON, che questa merda può diventare un&#8217;opportunità? Mirabile WOON, non sarai un dio, e lo preferisco, ma sei proprio grande. Convincimi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se stavo impazzendo era l&#8217;ultimo dei miei pensieri. Avevo un po&#8217; da fare sapete&#8230;</p>
<p>Mi versai un po di gin e guardandomi allo specchio mi dissi:” Hey bambola, qualcuno ti è venuto a trovare. Che dici gli scarichiamo addosso una bella calibro 45?”.</p>
<p>Non avevo scelta, così chiamai Dasy che chiamò John che chiamò Jenny la rossa e quel brocco di Russell e ce ne andammo al solito club, quello dove Jenny la rossa l&#8217;ultima volta si rimorchiò quel pacco di milioni chiamato diosachecosa. Insieme decidemmo che non potevamo fingere che WOON non fosse arrivato e facemmo un piano. La prima opzione fu la famosa strategia a tenaglia, ma quasi da subito dovemmo ripiegare su una decisa e pericolosissima azione apparentemente suicida. Funzionò.</p>
<p>In tutto questo WOOON se ne stette lì a vedere l&#8217;effetto che faceva. Lui che tutto aveva provocato se ne stava lì trasformato in ospite pulito, ordinato, eternamente seduto accanto a me. Alla mia destra. Come se fossi Dio. Mi induceva persino al ridicolo, giocherellando con il tamburo della vecchia 45 e facendo smorfie inopportune simulando una roulette russa da pochi centesimi.</p>
<p>Lo dissi anche a Jenny, intenta a mettersi a posto le tette dentro un reggiseno di una taglia più piccolo, le famose tette di Jenny la rossa che non ho mai capito perché continuasse a frequentare quel brocco di Russell. Lei mi disse guardandomi distrattamente mentre le due tette sembravano centinaia: “Focalizza il suo sguardo. Guarda sempre le cose di cui non parla”.</p>
<p>Cara Jenny la rossa, donna dalle molte facce tante quanti sono i pettegolezzi su di lei&#8230;</p>
<p>Il tempo filtrava come dentro un setaccio dai buchi troppo stretti, WOOON mutò sganciandosi dal suo aspetto terreno per diventare presenza eterea ed era questa la missione, la mia missione, ucciderlo per tenere di lui quello che mi serviva e farlo diventare infine “il grande WOOON”.</p>
<p>“Hey bambola” mi chiese Jenny dopo una manciata di mesi che erano diventati almeno un paio d&#8217;anni “dopo aver sparato che cosa hai pensato?”</p>
<p>“Be&#8217; sai rossa, considerando la mia mira, che ho avuto culo.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* è in omaggio a George Carlin, uno dei più grandi stand up comedian della storia</p>
<p>(Video: Guarda questo video nella pagina del post)</p>
<div class="clear">&nbsp;</div>]]></content:encoded>
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		<title>ArchLeaks: da grandi poteri derivano grandi responsabilità</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 21:40:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Pascali</dc:creator>
				<category><![CDATA[The Secret #2/12]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Gli architetti sono figure professionali da sempre associati ad un immaginario collettivo positivo. La parola stessa architetto viene utilizzata per indicare un creatore, un ideatore di sistemi complessi una figura che governa con intelligenza e...</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Gli architetti sono figure professionali da sempre associati ad un immaginario collettivo positivo.<br />
La parola stessa architetto viene utilizzata per indicare un creatore, un ideatore di sistemi complessi una figura che governa con intelligenza e creatività il mondo: si passa dal contemporaneo tecnico dell&#8217;<em>architetto di sistemi</em> (informatici), all’Architetto dell’Universo di matrice massonica.<br />
L’architetto è spesso immaginato come un professionista felice, realizzato, creativo, ispiratore di successo; lo troviamo spesso al centro di campagne pubblicitarie, dal Renzo Piano che dopo migliaia di anni aveva magicamente ripensato al legno, a Fuksas che disegna nuvole nel cielo e le trasforma in materia solida, fino al recente studio che sa sempre come “<em>trasformare un errore in una opportunità”</em>.<br />
Un immaginario collettivo che disegna dei professionisti positivi, magari idealisti, creativi e visionari, magari poco concreti o vagamente effeminati, ma sempre legati ad una idea di successo.<br />
Un cliché difficile da smontare, che si è accentuato con il fenomeno mediatico rappresentato dalle Archistar: autentiche icone mediatiche che affrontano il progetto e le trasformazioni urbane con un approccio più simile a quello dei grandi stilisti della moda, che vengono chiamati per dare lustro alle idee e agli interventi caratterizzati da grandi investimenti o che richiedono un grande supporto mediatico. Si chiama il grande architetto come si chiama la grande società di consulenza, spesso per coprire e giustificare a priori determinate scelte già adottate precedentemente.<br />
Così come ci si veste Armani o D&amp;G, dando per scontata la qualità (magari un po’ cafona) del vestire, le città tendono a vestire Fuksas o Hadid per dare maggiore forza a scelte urbanistiche che altrimenti sembrerebbero, all’opinione pubblica, perlomeno strane, e i cui costi associati, risulterebbero difficilmente giustificabili in presenza di scelte “tarocche”.<br />
Non voglio qui entrare nel merito della validità o meno dei risultati progettuali di molte famose firme, che andrebbero analizzati uno ad uno e che spesso suscitano grande clamore e vivaci polemiche per le scelte progettuali. Voglio invece sottolineare che, nel beno o nel male, la figura dell’Archistar incarna la rappresentazione più estrema dell’architetto demiurgo, eticamente impegnato a salvare le sorti della città agendo eugeneticamente sulla trasformazione del territorio: l’architetto contemporaneo è un super-eroe eticamente impegnato a salvare il mondo.<br />
Si tratta di una visione fortemente etica della progettazione, che se da una parte conferisce al progettista una missione morale (quella di migliorare il mondo in cui interviebe), dall’altra riconosce implicitamente l’illusione che l’architetto abbia realmente questo potere. Significativamente proprio agli albori del fenomeno Archistar, la Biennate di Archiettura del 2000 diretta da Massimiliano Fuksas si intitolava “<a href="http://www.labiennale.org/it/architettura/storia/7.html?back=true">Less Aestethics, More Ethics</a><em>”</em> dove: “<em>fondamentale per Fuksas è la necessità di un nuovo modo di relazionarsi con l’architettura, privilegiando, rispetto all’estetica di un progetto, la ricerca di nuove risposte etiche per affrontare le sfide poste dalla realtà”.</em><br />
Come ci ha già fatto notare <a href="http://www.e-zine.it/numeri/alter-nego/supereroi-con-superproblemi/">Chiara Giorgetti</a> spesso i supere eroi posseggono un&#8217;identità nascosta, una seconda vita nella quale la debolezza umana ha il sopravvento, ma nella quale anche il super-eroe finisce per risultare un povero meschino e perdente, che reagisce ai normali problemi dell&#8217;esistenza con gli strumenti che la sua umana natura gli ha messo in mano.</p>
<p>Ma cosa accadrebbe se scoprissimo che l’architetto non è un supereroe?<br />
Cosa succederebbe se dovessimo scoprire che gli architetti, com molti altri comuni mortali, soffrono, faticano, vivono la loro quotidiana lotto contro l’esistenza, vittime delle più comuni debolezze dell’umana esistenza?<br />
Come ci comporteremmo se dovessimo all’improvviso scoprire che non esiste un salvatore?<br />
Forse nulla, o forse l&#8217;umanità cadrebbe in una improvvisa ondata di panico, scoprendo che i suoi difensori, i suoi mirabili paladini sono solo dei comuni mortali, incapaci di alcun potere salvifico; chissà?<br />
Intanto <a href="http://www.archleaks.com/">qualcuno</a> ha pensato bene di provare a mostrare una realtà diversa, mettendo a nudo, pur con evidenti velleità voieuristiche, la cruda umana rappresentazione del dietro le quinte dei più famosi studi professionali di architettura.</p>
<p>Ne esce fuori un quadro desolante:<br />
<em>“Non pagano, ma almeno mi hanno regalato una moleskine che secondo me era riciclata!”</em></p>
<p><em>“Spesso il giovedì arrivava mail del tipo: vista la fortunata mole di lavoro siete caldamente invitati a rimanere a lavorare anche il weekend, nessuno escluso, per la buona riuscita del lavoro…”</em></p>
<p>“<em>mi sono reso conto che è nel suo piccolo rappresentativo di tanti difetti del mondo dell’architettura italiano: stipendi miseri in una città dagli affitti stellari, orario di lavoro facilmente oltre le 12 ore giornaliere e sabato obbligatorio, boss completamente preso dal suo egocentrismo sconfinante in mobbing con punte razziste che pensa di poter turbare aste, corrompere comuni e fare inciuci con colleghi e addetti ai lavori promettendo articoli sulle riviste o favori di altro tipo, dipendenti paragonabili a un gruppo di schiavi caddisti appena usciti dall’università che nonostante le interminabili ore lavorative producono molto poco, capeggiati da “associati” e “partner” tra cui la moglie succube, l’amante disillusa, il socio privo di identità e spirito di iniziativa. Se a questo ci aggiungi un’atmosfera cameratesca in cui le persone non vengono mai motivate a fare meglio, ma piuttosto aizzate le une contro le altre, in cui l’organizzazione interna è assolutamente inesistente, in cui la professionalità dei singoli o del gruppo di lavoro non ha possibilità alcuna di potersi confrontare con realtà internazionali, hai fatto l’Italia degli architetti”</em></p>
<p><em>“Come i Marlene Kuntz, hanno dato i meglio ai loro albori”</em></p>
<p><em>“&#8230; esordisce dicendo che nel mio portfolio (quello che han già visionato insieme al CV e per il quale sono stato contattato) non si vedono edifici “curvi” ma solo edifici “dritti”. Mi verrebbe da chiederle come mai mi ha cercato ma lascio perdere, chissà cosa avrei potuto/dovuto rispondere?<br />
Mi chiede se attualmente sto lavorando, nonostante stia parlando alle 11.30 di mattina e a risposta negativa chiude questa brillante interview con “ah ma quindi nu stai lavorando, vabbò va”.<br />
Ragazzi che professionalità, questa è la massima cifra architettonica che l’italietta riesce ad esprimere”</em></p>
<p><em>“&#8230;dopo avermi spiegato che l’architettura, nello studio, è solo una terra di mezzo, tira fuori una cintura di cuoio, senza le cuciture, piena di buchi con infilati all’interno e legati degli scobidoo colorati (presente gli anni 90?) spiegandomi come fosse uno degli ultimi lavori dello studio. Ho avuto fin da subito il presentimento che quell’esperienza,ai fini dell’esame di stato, non mi serebbe servita granchè…”</em></p>
<p>Il sito Archleaks per la sua natura smaccatamente delatoria, dove chiunque può postare liberamente quello che vuole, senza alcuna possibilità di controprova o di verifica documentata, è ben lontano dall&#8217;essere una denuncia significativa ed autorevole dei reali problemi che la categoria degli architetti precari affronta nella professione: altri <a href="http://www.ivaseipartita.it/2012/03/obbiettivo-raggiunto.html">siti</a> e <a href="http://www.amatelarchitettura.com/2012/02/150k-architetti-fase-2/">movimenti</a> <a href="http://www.assoarching.com/iniziative.asp">hanno</a> cercato e cercano di esprimere e combattere il disagio e le condizioni di sfruttamento dei colleghi precari, avendo il coraggio di agire in prima persona con azioni aperte e denunciando.</p>
<p>Però il sito offre comunque uno spaccato verosimile della varia umanità che sta dietro ai nostri super-eroi: presumibilmente succederà che i più colpiti si indigneranno, che puntuali arriveranno le smentite, che qualcuno chiederà l&#8217;immediata chiusura del sito. Sarà fin troppo facile per i nostri super stellari, sminuire la validità di quanto riportato sotto il comodo scudo dell&#8217;anonimato, facile gridare al complotto, così come facile ridurre i commenti negativi all&#8217;opera di pochi isolati vendicativi e rancorosi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Però gli stessi dovrebbero riflettere sul fatto che uno dei pochi che ne esce incolume è il premio Pritzker meno mediatico che ci sia, l&#8217;australiano <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Glenn_Murcutt">Glenn Murcutt</a></p>
<p><em>“Impariamo da questo geniale architetto…che in solitudine progetta e disegna i suoi meravigliosi edifici, al tavolo da disegno, con una matita e un foglio. Dove la mano è guidata da un’idea forte e non scontata”</em></p>
<p>Uno spunto che ci dovrebbe far riflettere come la qualità dell&#8217;architettura sia il prodotto di un processo che permea di qualità ogni fase della sua produzione; una qualità che non può tralasciare l&#8217;ambiente in cui questo processo si sviluppa nelle sue fasi più significative. Una qualità che ha come responsabile diretto chi ha il potere di gestire e organizzare quell&#8217;ambiente. Una qualità che chi si propone come artefice eugenetico di grandi cambiamenti urbani, non può permettersi di trascurare nell&#8217;intimo del proprio studio professionale.</p>
<p>Come recita lo slogano del primo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Spider-Man_(film)">Spiderman</a> di Sam Raimi: <em>“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità!”</em></p>
<p>Invito con questo tutti gli studi che si sentiranno ingiustamente denigrati da questo divertissement, non avranno che da fare una sola cosa: dimostrare con i fatti che sono migliori!</p>
<p>Concluderei citando uno dei commenti più significativi:<br />
<em>“Io sto cercando lavoro per ora… Leggendo tutte ste cose ho deciso di fare il muratore”</em></p>
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		<title>Corpo a corpo</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 21:40:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Bonisoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[The Secret #2/12]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>William guardava fuori dalla finestra la pioggia. Erano tre giorni consecutivi che pioveva e sembrava non voler smettere. Tutto quel grigio non lo aiutava certo a scacciare i problemi che da un po' di tempo lo stancavano. Non era stressato, era...</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="left">William guardava fuori dalla finestra la pioggia. Erano tre giorni consecutivi che pioveva e sembrava non voler smettere.</p>
<p align="left">Tutto quel grigio non lo aiutava certo a scacciare i problemi che da un po&#8217; di tempo lo stancavano. Non era stressato, era esattamente stanco; come se ogni giorno con quei pensieri ci stesse litigando corpo a corpo.</p>
<p align="left">Questa lotta interna, attraverso quelle gocce, gli appariva ancora più inutile, o meglio, inesorabile.</p>
<p align="left">Guardò l&#8217;orologio. Segnava le 20 e 45&#8230; era ora di andare a casa di lei.</p>
<p>Mentre stava per oltrepassare l&#8217;entrata a casa di Giulia il cielo si illuminò.</p>
<p>Iniziò a contare&#8230; uno, due, tre, quattro, cinque&#8230; ed ecco il tuono, rombante e fragoroso in lontananza.</p>
<p>Entrato si diresse verso la stanza da letto, consapevole che era lì il posto dove era atteso. Giulia però non c&#8217;era; solo la televisione accesa. Si sedette sul letto attendendo.</p>
<p align="left">Nei cinque minuti che passò in attesa si lasciò persuadere da un presentatore in giacca e cravatta che il quadro all&#8217;asta in quel momento aveva le caratteristiche dominanti che tanto amarono i pittori del dopoguerra; con quei colori sfuocati, quelle donne girate di spalle e quel cielo abbandonato a se stesso.</p>
<p align="left">Per attirare l&#8217;attenzione di un pubblico probabilmente in fase digestiva e quindi svogliato all&#8217;acquisto ripeteva: “Signori!! Dove la trovate un opera così? Dove la trovate un opera così. Dove?”</p>
<p>Nella testa di William la domanda era però un altra: Giulia dov&#8217;è?</p>
<p>Mentre sul televisore passava la scritta “soddisfatti o rimborsati” arrivò lei.</p>
<p>Non disse nulla di speciale, un bacio di qualche secondo e poi si mise a sedere.</p>
<p>“Che hai fatto oggi Giulia?”</p>
<p>“Ho lavorato allo spaccio della Signora Monroe fino alle tre. Poi ho fatto un giretto per il centro, sono arrivata a casa, mi son lavata ed eccomi qua”.</p>
<p>“A mezzogiorno sono passato allo spaccio e non c&#8217;eri&#8230;”</p>
<p>“A pranzo? E&#8217; venuta a trovarmi Johanna e siamo andate a mangiare insieme”.</p>
<p>“Sono rimasto a parlare con la Signora Monroe&#8230;”</p>
<p>“Davvero&#8230; secondo te mi assume a settembre?”</p>
<p>“E&#8217; dura assumere qualcuno che ti racconta balle!”</p>
<p>Giulia si alzò di colpo. Girò le spalle e incrociò le braccia stringendosi i fianchi.</p>
<p>Dalla finestra entrò la luce di un lampo&#8230; uno,  due, tre, quattro&#8230;</p>
<p>“Basta! Sono stanca di tutte queste chiacchiere. In questa città sapete solo giudicare. Esci di casa e la gente fa scommesse su dove andrai, con chi starai, se tornerai&#8230; è possibile vivere così? Io cerco di fare tutte quelle belle cosine che vi piacciono tanto ma non sono portata, ok? Io ho voglia di respirare&#8230; mi capisci? &#8230;ho bisogno di essere libera, io. Stare in armonia, io. Essere consapevole&#8230;”</p>
<p>William durante tutto quel discorso riuscì a pensare solo che Giulia aveva un corpo fantastico. Una bella bambola da vetrina; guardare ma non toccare&#8230; fragile.</p>
<p>“&#8230;non voglio finire i miei giorni a fare la commessa allo spaccio della Signora Monroe. Ho dei sogni da realizzare, voglia di una famiglia, voglia di scoprire il mondo. E la gente deve smetterla di dirmi cosa devo fare, non ho chiesto io tutto questo, e non vedo perché qualcuno si premuri per impormelo. Vadano loro a sorbirsi i discorsi pallosi della Monroe&#8230; ma non ce l&#8217;ha un marito con cui sfogarsi; o forse è troppo impegnato a correr dietro alle ventenni chiaramente più carine e dai discorsi ingenui ma non pallosi. Te l&#8217;ho mai raccontato che una volta il Signor Monroe c&#8217;ha provato con me? è lì che ho capito che in questo sporco gioco non ci volevo entrare”.</p>
<p>La situazione stava prendendo una brutta piega; stava diventando una lotta inutile.</p>
<p>“&#8230;perché se devo essere sincera&#8230;”</p>
<p>William non poteva credere alle sue orecchie. Quella parola sembrava troppo messa lì apposta, voleva essere un colpo ben piazzato.</p>
<p>“&#8230;insomma ci sono andata a letto. Due o tre volte per capire la verità. E l&#8217;ho trovata. Tra i suoi spermatozoi stanchi e il suo sudore che sapeva di tabacco. Tutte le volte nel retro bottega del negozio della moglie, in segno di sfida. Quando iniziò a far promesse ho capito che stava soltanto scappando dalla vita che faceva. Ero un diversivo capisci? Gli servivo come anestetico per non sentire più il peso delle cose, delle scelte che avevo fatto. Allora l&#8217;ho mollato e dalla Signora Monroe ho iniziato ad andarci quando ne avevo voglia oppure tutti i giorni ma in maniera superficiale perché c&#8217;era il rischio che diventassi come loro. Poi sei arrivato tu&#8230;”</p>
<p>“E hai fatto lo stesso con me!”</p>
<p>Giulia si voltò mentre un nuovo lampo andava a illuminare la volta celeste. Entrambi aspettarono il tuono come se fosse il suono della campana sul ring.</p>
<p>Uno, due, tre.</p>
<p>“Cosa vuoi dire con questo?”</p>
<p>“Dico che anche tu fai le stesse cose. Ti comporti esattamente come tutti. Per definirti vittima di questo sistema devi farne parte. Quindi non riempirmi il cervello di palle perché la realtà è un&#8217;altra”.</p>
<p>“Io non ti racconto balle. Voglio solo farti capire il mio punto di vista. Non voglio invecchiare con il pensiero che mio marito mi metta le corna con tutte quelle che riesce a rimorchiare. Voglio una vita diversa, e la voglio con te!”</p>
<p>“Dovrei essere il tuo anestetico?”</p>
<p>“Vuoi farmi piangere? Vuoi vedere la tua Giulia piangere? E&#8217; questo quello che ti interessa?”</p>
<p>“Che diamine c’entra questo?”</p>
<p>“Mi stai dando un grosso dolore amore mio. Il più grande che si possa augurare&#8230;”</p>
<p>“Io voglio solo uscire da questa situazione. Quanto tempo è che invece di far l&#8217;amore litighiamo? Ne hai un idea?”</p>
<p>“E ieri cos&#8217;era per te?”</p>
<p>“Sesso! Meccanico, non riproduttivo, fine a se stesso!”</p>
<p>“Oddio, sto per svenire&#8230; fammi un po&#8217; di posto che devo sdraiarmi per un attimo”.</p>
<p>Giulia si stese sul letto a fianco di William. Come ogni sera si stavano preparando per una resa incondizionata. Bisognava solo farla apparire una scelta di entrambi e non causata dai problemi che gli giravano attorno.</p>
<p>Così il maschio, quello che doveva dimostrare di essere il più forte, si alzò. Andò verso la porta di ingresso e mise mano al contatore della luce. Tolse la corrente a tutta la casa, a tutti i rumori e tornò nella stanza da letto sdraiandosi in fianco a lei, la femmina Giulia, quella che voleva essere corteggiata, coccolata, viziata.</p>
<p>“Oggi quand&#8217;ero sono venuto a cercarti e sono rimasto un po’ a parlare con la Signora Monroe è arrivato suo marito&#8230; ci siamo salutati e poi è andato nel retro bottega. La moglie dava le spalle alla porta comunicante con il magazzino e non poté vedere che suo marito stava facendo entrare di nascosto una ragazza. Cercai di non farle capire nulla e restai impassibile. Inizialmente non ci avevo fatto caso, però dopo un po&#8217; ho visto sul volto della Monroe una strana piega delle rughe. Lei sapeva che suo marito la stava tradendo ed io stavo diventando in quel momento complice di quella tragedia. Non potevo andarmene, sarebbe stata obbligata dal suo orgoglio ad intervenire. Io ero il suo anestetico. L&#8217;unica cosa per cui resistere all&#8217;evidenza dei fatti”.</p>
<p>Durante il tempo che William raccontò, Giulia si era già spogliata e stava cominciando a spogliare anche il fidanzato. Fece tutto in silenzio portando comunque la massima attenzione a ogni parola che nel buio si andava a spegnere come piccoli lampi privi di tuono.</p>
<p>“Un giorno tutto questo finirà, te lo prometto. Non vorrei che con un&#8217;altra ragazzetta la Signora Monroe scoprisse tutto. La gente parla troppo, gli rovinerebbe la vita e non se lo merita!”</p>
<p>“Tutto finirà quando avrai un figlio vero? Solo che lui è troppo esperto e io troppo stupido per finire nella tua trappola&#8230;”</p>
<p>“Ho voglia di fare l&#8217;Amore”.</p>
<p>“Anch&#8217;io, ma non me lo concederai neanche oggi”.</p>
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		<title>Beatrice Sacchi vive da sola</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 21:40:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Masucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[The Secret #2/12]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Mi chiamo Beatrice Sacchi, ho 84 anni e vivo da sola. &#160; Sono una persona vecchia, una di quelle dei trafiletti di cronaca il cui cadavere viene ritrovato dopo settimane dal decesso. Ho sempre temuto di diventare una di quelle e ho evitato...</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Mi chiamo Beatrice Sacchi, ho 84 anni e vivo da sola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono una persona vecchia, una di quelle dei trafiletti di cronaca il cui cadavere viene ritrovato dopo settimane dal decesso. Ho sempre temuto di diventare una di quelle e ho evitato per anni di leggere la cronaca, come qualche credulone superstizioso che eviti di leggere la profezia della sua morte nascondendo il foglietto dell’oracolo nel cassetto dei calzini spaiati, solo dopo averlo imparato a memoria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ultima persona che mi avrebbe potuto salvare da uno di quei trafiletti era Maria Vittoria, la mia migliore amica, morta cinque anni fa. L’ultima di una lunga lista di inevitabili lutti: mio marito, mio fratello, i miei genitori, il mio vicino storico, il portiere del condominio, la signora che mendicava fuori al supermercato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando ero giovane, prima di sposarmi, mi piaceva dire con orgoglio “Vivo da sola”, quel senso di appartenenza esclusiva a me stessa mi rendeva pensabile di poter possedere il mondo, come la sensazione deluxe di non comprare sapendo di poterlo fare.</p>
<p>Oggi che sono vecchia quel “Vivo da sola” mi suona invece come una patetica sentenza del reale andata a male, come quei cantanti che si ostinano nel replicare esibizioni di quaranta anni fa che già quaranta anni prima erano ridicole e quaranta anni dopo sono solo quaranta volte più ridicole, con parrucchini al posto di parrucche e pannoloni in cui infilare le zampe al posto di pantaloni fluo a zampa d’elefante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non che io non mia sentita sempre vecchia e al minimo fuori tempo massimo, una lunga collana di perle grigie riposta nella prima scatola cinese sottomano, ma questa è un’altra storia e un’altra persona, entrambe smarrite nel fondo perduto della vita. A volte vorrei che un’Alzheimer galoppante mi portasse via da ciò che è stato, un oblio definitivo che permettesse alla mia testa di raggiungere da sola Samarcanda prima della nera me stessa, lasciando tutti gli altri organi a vivere ciò che è fino a quando non sarà più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho pensato di scrivere queste righe dopo aver riletto anche oggi una delle mie pagine preferite di Faulkner. Sarà solo l’ennesimo fallimentare tentativo di sfuggire all’inevitabile, lo so, ma magari qualcuno le leggerà e non so come questo in qualche modo possa consolarmi adesso, per poco, per finta, per niente. Magari qualcuno le leggerà e cercherà una mia foto, anzi ne lascio una qui, insieme a queste righe, nella stessa busta. E’ di qualche anno fa, io sono quella a sinistra, quella a destra con gli occhiali è Maria Vittoria. Magari qualcuno prenderà questa busta e la porterà a casa e la mostrerà alla moglie o al marito. Oppure la riporrà in un cassetto e un giorno la regalerà a una nipote. O finirà in un mercatino delle pulci e qualcuno addirittura la comprerà per qualche spiccio e la userà come segnalibro, magari di un libro di Faulkner. O chissà, forse finirà semplicemente in un cassonetto e sarà distrutta prima ancora di essere letta</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Finisce così?”.</p>
<p>“Sì, guarda, manca anche il punto, sarà stata interrotta mentre scriveva”.</p>
<p>“E come mai non ha continuato?”.</p>
<p>“E io come faccio a saperlo?”.</p>
<p>“Non lo so Bea, tuo padre non te l’ha spiegato?”.</p>
<p>“Te l’ho già detto e te lo ripeto per l’ultima volta. Beatrice Sacchi era la migliore amica di mia nonna, Maria Vittoria, si conoscevano dai tempi dell’università. Dopo la morte di suo marito pare che perse completamente la testa, era diventata pericolosa per sé e per gli altri e a malincuore mia nonna che era l’unica persona che aveva accanto, fu costretta a ricoverarla in un ospizio. Spesso neanche la riconosceva, oppure le urlava contro, ma lei due volte a settimana andava a trovarla e rimaneva con lei, anche in silenzio, per interi pomeriggi. Un giorno, durante una delle sue visite, la signora Sacchi era lucida, o così sembrava. Al momento dei saluti ha abbracciato mia nonna e le ha dato una copia di Assalonne, Assalonne di Faulkner con una busta dentro, esattamente tra pagina 138 e 139, quella di cui parla nella lettera. Dopo quel giorno non ha più voluto incontrarla, si è chiusa nella sua camera, ha chiuso con il mondo. Dopo circa un anno è morta. Erano così legate che quando sono nata mia nonna ha chiesto ai miei genitori di chiamarmi Beatrice”.</p>
<p>“Wow, che storia”.</p>
<p>“Già, che storia”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Io? Vuoi che la tenga io?”</em></p>
<p><em>“Sì” disse Judith. “Oppure distruggetela. Come volete, leggetela se volete oppure non leggetela se volete. Perché si fa così poca impressione, vedete. Tu vieni al mondo e tenti e non sai perché solo continui a tentare e vieni al mondo insieme a un mucchio di altre persone, tutta aggrovigliata a loro, come loro tentando, dovendo muovere braccia e gambe con cordicelle, solo che le stesse cordicelle sono legate a tutte le altre braccia e gambe e gli altri tentano tutti quanti e neanche loro sanno perché, tranne che le cordicelle si impicciano tutte a vicenda come sarebbe a dire cinque o sei persone tutte intente a cercare di fare una stuoia sullo stesso telaio solo che ciascuna vuol tessere la stuoia secondo il proprio disegno; e non può avere importanza, lo sapete, sennò Coloro i quali impiantarono il telaio avrebbero predisposto le cose un po’ meglio, eppure deve avere importanza purché tu seguiti a tentare o a dover continuare a tentare e poi tutt’a un tratto è finita e tutto quel che ti rimane è un blocco di pietra con qualche scalfittura sopra purché ci sia stato qualcuno a ricordarsi di far scalfire e collocare il marmo, o che ne abbia avuto il tempo, e ci piove sopra e il sole ci splende e dopo un po’ non si ricordano neppure il nome e quello che le scalfitture tentavano di dire, e non ha importanza. E così forse se tu potessi andare da qualcuno, quanto più estraneo tanto meglio, e dargli qualcosa  &#8211; un pezzo di carta &#8211; qualcosa, qualunque cosa, non certo perché abbia un significato in sé e gli altri non debbono neppure leggerlo o tenerlo, nemmeno preoccuparsi di buttarlo via o distruggerlo, almeno sarebbe qualcosa giusto perché sarebbe accaduto, sarebbe ricordato quand’anche solo passando da una mano all’altra, e sarebbe almeno una scalfittura, qualcosa, qualcosa da poter lasciare un segno su qualcosa che fu una volta per il motivo che può morire un giorno, mentre il blocco di pietra non può essere è perché non può mai diventare fu perché non può mai morire o perire…”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">(da Assalonne, Assalonne di William Faulkner)</p>
<div class="clear">&nbsp;</div>]]></content:encoded>
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