Dal “Paesaggio fragile”(come aveva battezzato una delle sue ultime personali) Fulvio Dot passa oggi a “La ricostruzione di un paesaggio”ed è chiaro sin dal titolo come la ricerca pittorica dell’artista monfalconese sia approdata ad una nuova e per certi versi, più ottimistica dimensione.Quelli che Fulvio Dot dipingeva erano frammenti di ricordi corrosi dal tempo, o edifici distrutti dall’incuria dell’uomo. S’aggrappavano agli spaghi come le linee del riconoscibile cercavano tenacemente di salvarsi dalla completa astrazione. Eppure, il loro destino sembra essere cambiato. Nel dichiararlo c’è una punta di ottimismo: oggi, per quel paesaggio ci si impegna nella ricostruzione. Di più: oggi è possibile quella ricostruzione.
La tecnica è la stessa di sempre, marchio stilistico che rende riconoscibile l’opera dell’artista : materico stratificato composto da catrame ,tela, vetro, malte e stucco.Spago sempre più protagonista in quelle composizioni a ragnatela che, unite a ghiere e anelli di metallo sembrano sorreggere l’intera struttura compositiva. Invece è il supporto a cambiare. Strati di tele vengono incollati gli uni sugli altri. strappati e a volte, ricuciti. Si viene così a creare una sorte di enorme cicatrice che pare solcare sia la tela che il soggetto : simbolo essa stessa della difficoltà che ogni rinascita porta con se.Sono dieci grandi tele, protagoniste in questa mostra, dove il bianco domina, a dare l’impressione che dalle urbanizzazioni sia stato brutalmente sottratto un pezzo, tagliato con le forbici, annullato da un lapsus mentale, sostituito dai simboli dell’era moderna: gli asterischi, i cancelletti o i codici a barre, icone elettroniche della nostra quotidianità.