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Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 630/99 del 24 Dicembre 1999
 
Scritto da adimatteo
il 9 maggio 2013
nella categoria Arte
Inserimento effettuato il 9 maggio 2013
da
 adimatteo
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intervista di Anna Di Matteo e Federica Cammilloni all’artista J.D DORIA

J.D. Doria, nato in Israele a Tel Aviv, artista che espone ormai a livello internazionale, di recente ha presentato presso il Caffè Letterario di Roma, dal 22 Marzo al 7 Aprile 2013, la sua mostra personale intitolata Organic Memory. Si tratta di opere molto particolari, frutto di un processo creativo e tecnico complesso e sofisticato che l’artista ci ha illustrato con grande disponibilità, raccontandoci anche la genesi di questo tipo di creatività, la sua concezione particolare di Estetica, il rapporto molto libero con la realtà, intesa come realtà culturale e la fiducia nelle potenzialità della tecnologia, quando questa viene utilizzata con sapienza.

 

Intervista di Anna Di Matteo e Federica Cammilloni all’artista J.D Doria:

 

 

 L’Israele è un paese dalla travagliata situazione socio-politica, quanto le tue origini hanno influenzato la tua attività artistica e come vivi il confronto con realtà culturali molto diverse, essendo tu un artista cosmopolita che espone a livello internazionale?

 

Non e’ una domanda facile, questa. Come artista seleziono con attenzione quali contenuti della realta’ enfatizzare perche’ sono quelli che poi di fatto impattano sul mio lavoro.

Credo che i contenuti di una realta’ e il vigore che le attribuiamo non sono cosa scontata e data a priori. La realta’ ha una sua plasticita’ e muta con le sfumature e attraverso i contesti, varia a seconda degli individui e della profondita’ del livello di interazione. Ogni tempo si focalizza su certi aspetti e su certe competenze. In questo senso anche la complessa e difficile realta’ di Israele non fa eccezione.

Pretendere che una tale realta’ informi ciascuno dei miei lavori, la ridurrebbe a una condizione superficiale. Io scelgo di non animare i miei lavori sulla base di una sfera politica generale, ne’ a livello locale ne’ a livello internazionale. Come artista metto in atto la passione che ho di tracciare cio’ che e’ vero, reale, qualsiasi sia il livello che mi permette di poterlo incontrare.

 

 Il tuo retroterra di esperienze culturali parte da ambiti diversi come il Cinema, lo spettacolo, o la scrittura. Quanto è stato importante questo tipo di background nel tuo lavoro più recente?

Il punto d’interesse cruciale per me risiede sul confine d’incontro  tra la coagulazione di una storia personale, il background, che inevitabilmente influenza sia il nostro essere che le nostre scelte ,e l’attimo generativo invece, in cui la ‘realta’ prende forma, l’attimo in cui l’opera d’arte emerge e inizia un divenire.

 

Come artista aspiro ad un processo creativo che possa anche essere ‘libero’ dalle costrizioni di un percorso passato. In questo senso e’ un gioco in divenire in cui le due parti sono sviluppate simultaneamente. Da una parte un insieme di capacita’, intelligenze e intuizioni dalle quali scaturisce l’opera d’arte, e dall’altra l’impegno ad affinare continuamente uno stato della mente piu’ leggero, in qualche modo libero e consapevole di non sapere, che mi consenta di scoprire o di essere riscoperto dal processo creativo.

 

Sicuramente l’abilita’ di lavorare con il movimento, con il tempo e con un team di menti affini, ha risvegliato in me la sensibilita’ al processo ed il desiderio di esplodere la mia opera verso una multidimensionalita’ temporale e plurale.

 

 

Le opere esposte per la mostra Organic Memory tenutasi presso il Caffè Letterario di Roma, sono frutto di un processo tecnico veramente particolare ed elaborato. Vorresti spiegarcelo brevemente?

Di solito comincio con un piccolo lavoro su carta, utilizzando materiali liquidi (colori) come l’inchiostro, pitture a vetro e acrilico. Mentre elaboro la composizione e depongo queste sostanze, tengo conto del processo caotico. Durante il processo, le pitture non si amalgamano completamente, ma mantengono le loro identità ben distinte, mentre l’interazione chimica tra i colori crea forme e processi che generano immagini che mantengono qualità frattali.

La tecnologia viene incorporata nei lavori attraverso due tecniche principali.  La prima comprende l’applicazione di uno scanner in 3D sul dipinto, per estrarre un’immagine digitale ad alta risoluzione. L’immagine prodotta diviene la base di partenza per un processo di selezione volto a catturare (attraverso una manipolazione di scale) una serie di altre immagini che giacciono racchiuse all’interno del dipinto base. Le immagini estrapolate vengono infine ingrandite e stampate su diversi mezzi.

La seconda tecnica riguarda l’uso della macchina fotografica digitale durante il processo di pittura. La macchina fotografica espone e cattura brevemente le immagini nel loro divenire, che successivamente si dipanano per poi giungere ad un punto di riposo nel tempo. Queste immagini (che di solito scompaiono senza lasciare traccia) prendono forma in varie aree dell’opera, mentre il processo di pittura sta ancora avvenendo, come risultato dell’interazione tra i diversi materiali di pittura.

Alla fine del processo il lavoro emerge come una moltitudine, una serie di immagini che sono sia la forma plurale dello stato base del dipinto originario, sia una serie di immagini tra loro indipendenti.

 

 

Per le opere di Organic MemoryTu hai parlato di “un interesse nel Futuro e nella lettura radicale dell’Estetica”. Spiegaci cosa intendi con questa espressione: come riesci a rintracciare una forma estetica attraverso quello che infondo è l’azzeramento della forma stessa?

 

Vedo l’estetica come un verbo. Attraverso il mio lavoro cerco di liberarla dall’essere relegata ad aspetto, non ha importanza se dell’ “oggetto” finale, oppure del soggetto che la contempla. L’estetica in quanto verbo risiede nelle dinamica di interazione, nel punto d’incontro, ‘nel mezzo”, nella relazione tra l’evento consapevole e il processo di divenire, in una conversazione costante e ininterrotta.

 

Vettore di un’avventura consapevole volta a influire sul processo dell’essere in divenire.

 

E’ quell’attivita’ che si basa sull’intuizione che la realta,’ fondamentalmente, e’ aperta, anche se ‘quasi’ vincolata dal suo stato attuale. Al di la’ delle percezioni quotidiane, liberare le espressioni dall’immediatezza della forma rivela questa intuizione di apertura, sensuale, quasi erotica, che evoca uno stato di plasticita’.

 

La tecnologia rende questo aspetto ancora piu’ visibile.

Interagiamo in modo sempre piu’ esteso con la capacita’ di modificare la realta’ in cui esistiamo, ed in un futuro prossimo come interagiremo con la possibilita’ di alterare noi stessi dalle fondamenta? Il concetto di ‘curare il divenire’, il nostro stesso divenire, e’ una realta’ gia’ attuale e presente, che sta assumento una vasta gamma di implicazioni.

Raccontaci come si è evoluto il tuo percorso artistico prima di arrivare a questo connubio tra arte e scienza.

Sono molti ormai gli artisti che si avvalgono della tecnologia, tu quale pensi che sia il reale punto di incontro tra questa e l’arte?

 

Nel momento in cui ho compreso chiaramente il ruolo cruciale che la tecnologia ha assunto e continua ad assumere e ho realizzato quale funzione svolge nello sviluppo sia del nostro futuro che di noi stessi, si e formulata nella mia mente l’esigenza di introdurre la tecnologia anche nella mia opera artistica.  Certamente il mio background nel Cinema mi facilita, in quanto il Cinema e’ un’arte realizzata con e attraverso la tecnologia.  Ho cominciato a fare esperimenti ispirato da questo concetto, finche’ non ho trovato un percorso che mi sembrasse interessante, nella combinazione tra il mezzo della pittura e quello della tecnologia. E’ chiaro che usiamo la tecnologia  per modificare le nostre limitazioni riguardo al modo in cui percepiamo o interagiamo con il mondo. Ai miei occhi, l’uso della tecnologia ci consente anche di espandere la nostra immaginazione; se utilizzata con successo, ci consente di  colmare i divari e di collegare diverse realta’ fra loro, permettendoci di esporre ed evidenziare cio’ che emerge ‘tra’ le parti, ‘nel mezzo’ ed e’ altrimenti invisibile, il continuo sconfinare di un mezzo nel successivo, di una mente nell’altra. In questo senso l’interazione con la tecnologia ci fornisce al momento una “base” percettiva transitoria, fino a che non riusciremo ad integrarla pienamente in una nuova visione e comprensione del mondo.

 

 

 

Israel is a country with a troubled socio-political situation. How have your origins influenced your artistic activity and, you being a cosmopolitan artist that exhibits at an International level, how do you live the confrontation and comparison with realities that are so culturally diverse?

This is not a simple question. As an artist I select carefully the contents of reality that i emphasize, since they indeed, affect my work.

I believe that the content of reality and how you make it alive within you is not an a priori given. Reality is plastic, it changes with nuances and context, with individuality and depth of interaction, any timing brings its focus and competence, in this sense, the complex and difficult reality of Israel is not an exception.

Pretending to have it hovering above every work I do would render it a superficial condition. I chose not to animate my work on the ground of the general political sphere, neither locally nor internationally, as an artist I enact the passion to trace the real, whichever the plane that allows me to meet it.

 

Your background of cultural experiences takes origin from different contexts such as Cinema, dance theatre and writing. How important has this kind of background been for your more recent works?

For me the core interest lays at the meeting point between the ‘background’, which inevitably influences us, our work, our being, our choices, and the moment in which ‘reality’ is formed. In particular the borderline with the moment when the artwork emerges and coagulates.

 

As an artist I aspire to a creative process that can as well be ‘free’ from the constraints of an historical path. In this sense it is an ongoing game; I develop both: a milieu of skills, intelligences and intuitions from which the artwork is coming out, and the engagement to iterate a state of mind which is lighter, free in a way and not knowing, out of which I can happen upon something new or be rediscovered by the creative process.

 

Surely the ability to work with motion, time and teams of like-minded humans, awakened my sensibility to processes, and my desire to explode painting into the multidimensionality of time and plurality.

 

 

The works you exhibited  at the Organic Memory exhibition held at Caffe’ Letterario in Rome are the outcome of a very particular and elaborate technical process. Would you like to explain it to us briefly?

I usually begin with a small work on paper, using liquid materials (colors) such as ink, glass paints and acrylic. When working out a composition and laying out these materials, I take into account the chaotic process. In the process, the paints do not merge entirely but maintain their disparate identities, the chemical interaction between the colors creates forms and processes, which generate images that retain fractal qualities. Technology is incorporated into the works through two main techniques. The first involves the use of a 3D scanner on the painting, to extract a high-resolution digital image. The out coming image provides the basis for a process of selection, to capture (through a manipulation of scales) a series of other images, that lie locked in the base painting. The images extracted are then finally blown up and printed on various mediums.

The second technique involves the usage of a digital camera during the painting process, The camera exposes and briefly captures the images in the making that subsequently crystallize into a resting point in time. These images (that are usually lost without trace) take form while the painting process is taking place. At the end of the process, the work comes out as a multitude, a series of images that are both a plural form of the base state of the painting and also independent images of their own accord.

 

 

For the works of Organic Memory,  you spoke of “an interest in the Future and in a radical reading of Aesthetics”. Explain to us what you intend with this expression: how can you manage to retrace an aesthetic form through that which is basically the zeroing of form itself?

I look at aesthetic as a verb. Through my work I try to release aesthetics from being tucked away either as an aspect of the final ‘object’ or as a quality of the subject beholding it, and to allow it to reside in the dynamics of interaction, ‘between’, in the relation among the conscious event and the process of becoming, a never-ending conversation.

Aesthetic is the creative mode of affecting while being affected. It carries for me the conscious adventure of affecting the process of becoming.

It is the activity based upon the intuition that the reality is open at core, yet ‘almost’ constrained by its current state. Form exists beyond that which we recognize in our daily perceptions, freeing expressions from the immediacy of it reveals this sensual almost erotic intuition of openness evoking a state of plasticity.

Technology is making this ever so visible, how do we interact with the ability to fundamentally alter ourselves? the concept of curating becoming, our own becoming, is a present reality soon to enter a whole new depth of implications.

 

 

Tell us how your artistic motion or development  evolved before coming to this combination between art and science.

There are by now many artists making use of technology. Which do you think is the real point of encounter between technology and art?

 

The moment the critical role of technology became clear to me, and I realized the function it performs in the development of our future and of ourselves, a demand to introduce technology in my artistic work took shape in my mind. Indeed my background in Cinema makes it simple for me, as Cinema is art realized with and through technology. I began to experiment around it until I found a path that was interesting for me in combining the media of painting and technology. It is clear that we use technology to alter our limitations in the way we perceive, understand and interact with the world. In my eyes the use of technology expands our imagination. It allows us to bridge gaps and realities, that when done successfully, exposes the ‘middle’, the constant leaking of medium into medium, and mind into mind, opening by that a corridor into a new transitory ‘home’ for perception. Until we can integrate it into our view and understanding of the world.

 

Testo ed intervista: Anna Di Matteo e Federica Cammilloni.

Traduzione: Airleas.

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