AMERICAN BALLET: FUCINA DI TALENTI L’American Ballet Theatre negli Stati Uniti è quasi un’istituzione per la danza. Nata nel 1937 come Mordkin Ballet, solo nel 1956 ha assunto l’attuale appellativo. Grandi nomi della danza, come Mikhail Baryshnikov, ne sono stati direttori: autentica fucina di talenti, il Ballet è gestito come una scuola oltre che come corpo di ballo. Per questo motivo al gruppo di ballerini, diciamo così, titolari si affianca un gruppo di allievi. Qualcosa di simile alle nazionali di calcio Under 21. Infatti gli studenti, 15 in tutto, scelti in base a una rigorosa selezione, hanno un’età compresa fra 16 e 19 anni: solo i migliori passano poi nel corpo di ballo ufficiale o vengono ingaggiati da prestigiose compagnie internazionali. La Camerata Musicale ha voluto fortemente nella nostra città la formazione americana a chiusura della stagione dedicata alla danza. E l’American Ballet II ha cominciato la sua tournée proprio da Bari, dove al Petruzzelli ha presentato in prima assoluta “USA Great Dance”, una raccolta di sette celebri coreografie, tutte molto impegnative. Lo spettacolo andato in scena sabato, con replica domenica, è stato preceduto da una conferenza stampa in cui il direttore artistico, Wes Chapman, ha illustrato il programma di sala e ha parlato dei suoi giovani, che nulla hanno da invidiare ai professionisti: “Sono ragazzi molto brillanti, – ha detto – ricchi di energia e comunicativa, senza sovrastrutture”; ma il suo insegnamento è severo ed esigente. E’ la terza volta che Chapman viene a Bari, anzi la prima, quando vi giunse al seguito di Baryshnikov, si fermò per un mese per delle riprese cinematografiche. Ma dopo tanta attesa, la performance non è stata all’altezza della elevata qualità preannunciata. Almeno un paio di sfasature non sono sfuggite ad uno sguardo attento. Chapman aveva comunque detto che questi giovani sono “avviati” alla perfezione: dunque fa bene ad essere severo come dice. E veniamo ai balletti. “Interplay” è una famosa coreografia del 1948 di Jerome Robbins (premio Oscar per “West Side Story) per l’“American Concertette” di Morton Gould. Classificato come un capolavoro assoluto il balletto si fa apprezzare per la sua attualità, per il taglio nettamente moderno e per quel sottile richiamo alla “generazione perduta”. In “Pavlovsk” domina un passo a due tenero, elegante e leggero. I temi della vita e della morte, del sogno impossibile del ritorno e dell’amore sono resi con delicatezza e poesia. Diligenti e solerti i ballerini. “Allegro brillante” vede le coreografie di Gorge Balanchine per le musiche di Tchaikovsky. E’ danza classica sì, ma il coreografo russo guarda già lontano e le conferisce un tocco di modernità che impegna a fondo i ballerini. “Ballo per sei” su musiche di Vivaldi è ancora un passo a due (Marcella Paiva e Alberto Velazquez): la coreografia di Liang è brillante e le luci radenti e calde disegnate da Brian Sciarra sono suggestive. Grande abilità e virtuosismo dei due ballerini (Alys Shee e Aaron Smith) in “Stars and Stripes”, pure di Balanchine: marcette militari accattivanti e popolari però non sono il massimo. Non si va oltre la simpatia. Di grande pregio è il “Continuo” sullo splendido “Canon in D” di Johann Pachelbel: la musica sublime incede come un nodo infinito in un’atmosfera sospesa ed eterea, solenne come una preghiera sofferta. La coreografia di Antony Tudor è austera e raffinata, perfetto trait d’union fra classico e moderno, in un fluire di sensazioni, emozioni e poesia. Senz’altro la cosa migliore della serata. Gran finale con il 2° movimento della IX Sinfonia di Beethoven, per il quale anche Jodie Gates ha rivisitato il classico in chiave moderna. I ballerini, in pantaloni e gilet, si destreggiano con abilità, e ci si interroga se è il nuovo che guarda indietro o è il passato che guarda avanti. Il pubblico ha mostrato di apprezzare molto lo spettacolo, soprattutto nella seconda parte, risultata la più convincente. Gianfranco Morisco