“Aiuto, aiuto, non ci vedo più, aiuto”.
“Amore, calmati, sono qui, apri gli occhi, guardami, mi vedi?”.
“Sì, credo di sì. Credo di sì. Scusami, scusami.”
S. mi abbraccia mentre piango a dirotto. Mi stringe così forte che quasi non respiro ma tanto respiravo male anche prima. Mi canta all’orecchio “No surprises” dei Radiohead, la usa come ninna nanna per farmi addormentare quando ho qualche incubo. Chiudo gli occhi e abbandono qualsiasi pensiero quando arriva a sussurrarmi con un filo di voce “No alarms and no surprises. Silent, silent…”. La bugia che domattina tutto rimarrà uguale a oggi mi regala l’illusione necessaria per sopravvivere a un’altra notte. Ci vedo ancora, sì, ci vedo ancora. Adesso, posso chiudere gli occhi.
Io e S. ci siamo conosciuti 12 anni fa, a un concerto. Avevo letto di una giovane promessa del piano, un genio a quanto scrivevano. Non che mi sia mai troppo fidata dei critici musicali e di chi per professione abbia scelto di fare il critico, ma c’era un commento che mi era rimasto in testa: “Se Glenn Gould avesse potuto ascoltare questa interpretazione de Le Variazioni Goldberg di Bach, avrebbe deciso di non essere Glenn Gould e forse il Soccombente di Thomas Bernhard sarebbe diventato lui”. Sono andata a quel concerto, da sola. Era il 30 ottobre del 1999. E’ stata l’ultima volta che ho visto un concerto di S. dalla platea, da quello dopo io sono stata dietro al palco, a “guardargli le spalle”, come mi dice sempre. “Voglio che tu mi dica cosa vedi e voglio che sia tu la prima persona che abbraccio quando mi alzo.”
Insieme abbiamo dormito nei letti di tutto il mondo, io lo seguo ovunque, non lo lascio mai. E ovunque mi capita di fare quell’incubo. Sto dormendo quando un rumore mi sveglia, apro gli occhi ma è tutto troppo buio, non riesco a vedere la notte. Tocco l’aria cercando un interruttore, l’ansia comincia a salire. Accendo la luce ma continua ad essere troppo buio. Faccio fatica a respirare, mi alzo, inciampo in un calzino, una scarpa, un libro e cado a terra. Mi esce una lacrima ma non riesco a vederla. Tocco un armadio, una poltrona, sento la tenda, mangio buio. Apro la finestra. Non vedo niente. Niente. Non respiro, piango, non respiro. Sono diventata cieca. Non vedo niente, sono diventata cieca. Comincio a urlare: “Aiuto, aiuto, non ci vedo più, aiuto.” A quel punto mi sveglio respirando a fatica e S. mi abbraccia. Apro gli occhi, riesco a vedere la notte. S. mi calma, mi canta, mi addormenta. Mi restituisce la vista che non ho perso.
Fin da bambina ho avuto paura di diventare cieca, ma dopo aver conosciuto S. la mia paura si è trasformata in una fobia lancinante e l’incubo non ha abbandonato nemmeno una delle mie notti.
Ho scelto di amare S. da subito, da quando davanti a una bottiglia di champagne Egly Ouriet mi ha annusato il collo, e respirandomi a lungo mi ha detto: “Profumi di malinconia senza scampo. Anch’io sono un superstite. Vuoi sopravvivere con me?” Mi è caduta una lacrima nel bicchiere e lui l’ha bevuta. Da quel momento non c’è stato un attimo in cui l’uno sia sopravvissuto senza l’altro.
Stasera siamo a Salisburgo, nella Grosses Saal del Mozarteum . La Sala è piena. Al centro del palco il pianoforte. S. mi dice “Cosa vedi?” Io sbircio tra le porte ancora chiuse: “Vedo due signori sulla settantina, di alta estrazione sociale ma poveri di gusto e di idee che si guardano intorno. Sono venuti insieme ma non si amano da tempo. In terza fila c’è un bambino che avrà quattro anni, biondo con dei bermuda a quadrettini e i calzettoni fino alle ginocchia che tira i capelli alla sorella più grande; i genitori hanno incontrato una coppia di amici, li salutano e appena voltati ne iniziano a spettegolare. E poi ci sono due ragazzi sulla trentina, saranno spagnoli, forse andalusi, lei ha un vestitino bordeaux con un taglio anni ’50 e i capelli disordinati raccolti in uno chignon, pelle di pesca e mani di ciliegia. Lui ha i capelli mossi, una giacca di velluto a costine marrone, labbra carnose. Discutono con la maschera, hanno difficoltà con la lingua. Saranno dei tuoi fan che si trovavano in città”. Chiudo la porta e mi avvicino a S., gli dò un bacio sulle labbra. Lui mi scosta i capelli e annusa il collo. “Guardami le spalle”. Le luci si abbassano, l’accompagno al suo posto, davanti al pianoforte. Lo aiuto a sedersi e poi ritorno dietro. L’occhio di bue gli illumina le mani, posso vederle.
S. è cieco dalla nascita. Io sono i suoi occhi, lui guarda il mondo attraverso di me. Guardare è il mio pretestuoso verbo esistenziale e non posso rischiare di perderlo. Il mio sguardo è il senso mancante di S., attraverso i miei occhi posso amarlo e l’amore per lui è il Senso illusorio che mi permette di sopravvivere.
Applausi, le luci si abbassano. Mi avvicino, S. mi dice “Cosa vedi?” E io gli canto all’orecchio “No alarms and no surprises. Silent, silent”.
Cura le pubblicazioni e gli eventi per una Organizzazione non governativa anche se crede che la cooperazione possa essere inutile e a volte dannosa. L’ultimo libro che ha letto prima di quello che sta leggendo ora è “L'Inumano" di Massimiliano Parente. Il primo libro che ha letto dopo l’ultimo è “American Psycho” di Bret Easton Ellis. Adora le televendite, soprattutto quella dei coltelli dove il cuoco Tony taglia lattine e pomodori. Il suo gioco preferito per iPhone è “Sally la parrucchiera” e si è così calata nel ruolo che ormai taglia i capelli da sola. Non le piacciono i gatti, l’odore delle strade bagnate d’estate, l’uso improprio della punteggiatura e degli accenti. Le piace leggere seduta sul piatto della doccia, dire con fare snob “a mo’ di”, elencare le cose che le piacciono e non le piacciono. Fissa spesso il telefono, sperando che prima o poi qualcuno la chiami sussurrando “Maccheroni”, come nel film di Miranda July. Per lei l'eleganza è l'idea che c'è dietro al vestito. Quella che ha avuto oggi e anche ieri, indossando la sua camicetta preferita, è "Un pois salverà il mondo ma il mondo non salverà né te né il pois."