Periodico Telematico di informazione
Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 630/99 del 24 Dicembre 1999
“Io non frequento”. Una riflessione.

C_eravamo_amati 

 

Una piazza racconta il passaggio tra passato e presente. Dal bianco e nero al colore. Un gruppo di amici fraterni si separa. Un madonnaro continua a disegnare e sembra non accorgersi di niente, nemmeno del tempo che passa.

Tutti noi abbiamo un film del cuore, per così dire.

Amo il cinema, è il mio mestiere, il mio tormento e la mia estasi. Il cinema mi commuove, mi esalta, e non essendo una cinefila a volte mi fa soffrire. Ho come tutti dei punti di riferimento precisi, registi e film che hanno contribuito alla mia formazione e che non mi permettono di accettare il cinema italiano così come ora.

Il film del mio cuore è C’eravamo tanto amati di Ettore Scola. Quella piazza è il luogo di una delle scene più importanti del film e della storia del cinema. Un tocco leggero, struggente, il risultato di un lungo lavoro di sottrazione, unico modo per raccontare con efficacia un pensiero complesso.

I pensieri. Quelle idee sono frutto di incontri, di parole e delle conseguenti azioni.

Dove sono oggi i luoghi, gli spazi dove incontrarsi e parlare, ideare per poi agire? Francamente non lo so. Esistono, ma c’è un velo tra le persone, una separazione che porta ad una inevitabile inazione. Il chi sei, come appari, chi conosci, quel tirar tardi mondano che ha poco a che vedere con l’appagante sensazione di aver costruito momenti fertili.

Quegli uomini e quelle donne che hanno fatto il cinema italiano, che si ritrovavano a Roma come inevitabile resoconto delle proprie aspirazioni, spesso, molto spesso, erano degli squattrinati affamati prima di ogni cosa della loro passione. In una società viziata dal consumo si consumano anche le sedie, gli sguardi, il tempo, le gomitate per indicare il volto noto di turno, la speranza di una chiacchiera da portare a casa come un trofeo. Trovano spazio i se e i ma, l’autocompiacimento e la presunzione. Pochi amici con cui parlare e tentare di rompere il velo, un’armata Brancaleone in continua ricerca dell’avventura da compiere per dare una svolta ai propri sogni.

C’è un modo di dire spesso usato tra i colleghi, “io non frequento”. Io per esempio “non frequento”. Le eccezioni sono situazioni in cui posso incontrare gli amici, in cui posso condividere un risultato raggiunto con fatica, un corto, un lungo, una performance, un concerto. Quando un posto si propone come punto di riferimento a me personalmente non riferisce niente; i posti si creano da se, frutto di un’abitudine, di una necessità, quando invece diventano moda – e spesso si propongono come tali da subito – sono una semplice vetrina dove esporsi raramente in modo sincero e libero. Recentemente al Pigneto – quartiere che detiene a Roma la concentrazione più alta di locali, spazi associativi e quant’altro – 55 soci fondatori hanno prelevato lo storico cineclub Il Grauco, chiuso da anni, e hanno aperto il Kino, dove in una piccola sala di proiezione i registi di produzioni indipendenti possono far conoscere al pubblico il loro lavoro e parlarne nel piccolo bistrot al piano superiore. Il Kino è ancora giovane per cui attendiamo fiduciosi circa le sue possibilità, sperando riesca a mantenere le promesse senza “citarsi addosso”, per parafrasare un adagio alleniano.

Spesso ci si chiede dello stato del cinema italiano. Facile, è comatoso. Basta dare un’occhiata agli ultimi David di Donatello per rendersene conto. Due momenti di sincerità: Daniele Luchetti che si augura di essere buttato giù dal palco da giovani registi (di talento aggiungo io) e il discorso di Elio Germano, un attore che sfrutta la sua visibilità per ricordare chi il cinema lo fa in modo invisibile tra mille difficoltà. Il punto altissimo è il premio alla carriera ad Ettore Scola. Appunto.

Se ci dicessimo tutti la verità aiuteremmo noi stessi e gli altri. I luoghi, qualsiasi essi siano, in qualsiasi posto in questa città che un tempo si salvava grazie al suo atavico cinismo e non si nutriva di cattiveria come adesso, si riempirebbero di confronti veri, di aperture verso chiunque abbia qualcosa da dire, sarebbero quello che affermano di essere. E ci si divertirebbe molto di più, onestamente. Ma come potrebbero, mi chiedo, se la chiusura verso un orizzonte meno angusto parte dall’alto, da coloro che avrebbero le risorse per rifondare il cinema? E non parlo dello Stato, dei fondi e finanziamenti, parlo di chi a prescindere da questo dovrebbe cercare, agire, creare sinergie, stimolare, sostenere le idee, quelle nuove. Se così non fosse stato 60, 50, 40, 30, 20 anni fa non avremmo avuto Rossellini, De Sica, Scola, Perti, Leone, Monicelli, Antonioni, Fellini, Moretti, Luchetti, tanto per dire qualche nome noto. A fatica è emerso in un tempo già chiuso Sorrentino, per citare un nome tra i pochissimi che mi interessa. Tanti sono rimasti e rimangono fuori in questi ultimi anni, fuori da tutto figuriamoci dai cosiddetti luoghi di aggregazione culturale (sic!). Fuori perché forieri di energia nuova, di storie e visioni talmente forti da mettere in discussione il privilegio di pochi, a volte mediocri che rimarrebbero ufficialmente tali se messi in competizione. A tutti i livelli intendo. E molti secondo il proprio lavoro avrebbero da dire a riguardo.

Quando mi chiedono che lavoro faccio e rispondo senza orpelli automaticamente gli occhi si aprono in un vivido interesse. Quando poi dico che il nostro lavoro è faticoso, che richiede preparazione, studio, pratica, totale disponibilità e passione, serietà, tanto sacrificio – anche economico -, mi guardano e cambiano discorso chiedendomi chi conosco, con chi ho lavorato, che posti frequento. Mi prende la vertigine e non so mai cosa rispondere, un profondo disagio e taglio corto. Poi me li ritrovo a vagare nei luoghi topici, quelli che si devono frequentare per conoscere, quelli dove vado per motivi precisi e occasionali.

Recentemente ho svolto un corso di cinema. Avevo 7 allieve, tutte donne, tutte veramente interessate al cinema come sostanza e non come circo mediatico/mondano. Mi è sembrato un miracolo ed ero felice.

Chiaro è sempre stato così, ma oggi, si, oggi è diverso, oggi la forma è molto sganciata dalla sostanza. Per non parlare dei set, veri e propri vivai di improvvisati dove come isole malinconiche gli spaesati sono i professionisti.

“Come’è l’ambiente”, mi chiedono. Cos’è un ambiente? Un luogo? Uno spazio? Uno sgabuzzino?

E così mi ritrovo emozionata come la prima volta che ho messo piede su un set, seduta al tavolino di un anonimo bar con un amico e collega cercando di porre le fondamenta di un progetto insieme. Per fare. Sul serio.

Film citato:
C’eravamo tanto amati (1974)
Regia: Ettore Scola
Soggetto e Sceneggiatura: Age & Scarpelli, Ettore Scola.
Con: Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefano Satta Flores, Stefani Sandrelli, Giovanna Ralli, Aldo Fabrizi.

 
Emanuela Liverani

Emanuela Liverani

Laureata in Storia e Critica del Cinema all'Università La Sapienza di Roma. Mi sono occupata di critica, ho partecipato alla stesura di saggi e ho lavorato dal 2000 al 2002 al Festival Internazionale del Cortometraggio di Siena. Svolgo da anni la professione di segretaria di edizione e in genere non amo fare una lista, basta sapere che il lavoro di cui vado particolarmente fiera è Road to L. (2004)per la regia di Federico Greco e Roberto Leggio, una sfida che ha cambiato completamente il mio modo di fare il mestiere. Da un paio di anni insegno il mio lavoro presso il CineTeatro di Roma. Un paio di esperienze come aiuto regia e qualche mio progetto in vista, questo è attualmente il mio punto di arrivo e inizio.

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