Miriam torna a casa dopo il lavoro come tutti i giorni, e trova nella cassetta delle lettere una busta bianca. Sale le scale con sciattezza e indifferenza, sa che sopra non l’aspetta niente di diverso da quello che ha lì giù, un’altra porta chiusa da aprire. Accenna un sorriso alla sua vicina che sta scendendo di corsa, quella donna sempre sorridente nonostante il suo lavoro, con i capelli lunghi profumati di qualcosa di fastidiosamente esotico e inspiegabilmente erotico, e quel colorito troppo naturale da essere sicuramente artificiale, come tutte le cose belle. Infila la chiave nella serratura, il senso è quello sbagliato, come al solito. Sbuffa, rigira. Entra e con una mano butta a terra la borsa di pelle finta che sembra finta. Chiude le persiane del soggiorno. Chiude la finestra, accende la luce, si sdraia sul divano ancora incellofanato e apre la busta. Dentro c’è una lettera.
“Sono ancora io. No, ti prego, non chiudermi. Ti prego, rimani ancora un po’.
Se non puoi leggermi perché sono ancora io, leggimi come se fossi uno di quegli sconosciuti che apri tutti i giorni. Aprimi con la stessa passione, ispezionami con la stessa morbosità. No, non mettere i guanti. No, lascia i capelli sciolti.
Aprimi. Con la stessa voracità con cui io ho aperto te la prima volta, un anno e mezzo fa. Ti ho presa da dietro, mentre ti guardavi allo specchio. E mi hai visto, mentre ti prendevo da dietro. E mi hai visto, quando dietro le tue spalle ho chiuso la porta, mentre la tua bocca era ancora spalancata sul piacere. Ho sempre odiato gli addii, e ogni orgasmo lo è, e per questo che non ho mai voluto sentirne uno tuo, è per questo che ti ho sempre tappato la bocca o sono scappato, per non sentire il tuo piacere che se ne andava, e te con lui, e io da te. Il solo pensiero di restituirti alla realtà era insopportabile, andavo via mentre ancora godevi, mentre ancora ti aprivi incoscientemente all’illusione che avevamo creato, un attimo prima di essere costretta a riaprirti alla verità.
Sono davanti a quello stesso specchio ora. Nella mano ho un bisturi. Sì, te l’ho rubato, era quello che ti aveva regalato tuo fratello per festeggiare la tua prima autopsia. E con questo festeggerò la mia fine. A che serve aspettare che arrivi da sola? Aspettare, solo per permetterti di continuare ad aprirmi da vivo? La tua lingua è un enterotomo difettoso che lacera il mio intestino senza richiuderlo. Mi hai agganciato senza pentimento alle tue pinze. E lì, penzoloni, sono rimasto per tutto questo tempo. E lì ho inciso la mia fine. La mia seconda fine appesa a una lama, dopo quella che mi ha tagliato il cordone ombelicale alla nascita, condannandomi per sempre ad essere condannato.
Non mi lasci scelta. Quella pinza è un tatuaggio infetto che non perde intensità con il passare del tempo, estendendo la sua infezione a tutto il corpo, e non c’è modo di cancellarlo.
Se vado via, mi aprirà ancora di più, mi ammalerai fino a farmi morire, senza richiudermi.
Se rimango, continuerò a sanguinare e tu mi berrai senza sollievo, vampira insaziabile di me e della mia ossessione.
Non mi lasci scelta. Nella mano ho un bisturi. L’unico modo per chiudere questo vuoto definitivo è aprirmi”.
Miriam chiude la lettera, la rimette nella busta, apre la porta di casa e infila la lettera sotto la porta della sua vicina sempre sorridente nonostante il suo lavoro.
Rientra, apre la finestra del soggiorno, apre le persiane. Va in bagno e si guarda allo specchio. Sulle sue guance veramente pallide la realtà della vita, sulle sue mani invecchiate dai giorni la tristezza dell’esistenza, nel suo collo pulsante l’ansia della fine. Miriam prende un rossetto rosso che non ha mai messo e sullo specchio scrive “Per me”. Con le forbicine si apre i polsi.
Intanto, un colpo di vento fa volare la busta con la lettera sul pianerottolo. Sul retro nessun nome, solo un definitivo “Per te”.
(“Per voi” http://www.youtube.com/watch?v=Vhdy9hU9qJw)
Cura le pubblicazioni e gli eventi per una Organizzazione non governativa anche se crede che la cooperazione possa essere inutile e a volte dannosa. L’ultimo libro che ha letto prima di quello che sta leggendo ora è “L'Inumano" di Massimiliano Parente. Il primo libro che ha letto dopo l’ultimo è “American Psycho” di Bret Easton Ellis. Adora le televendite, soprattutto quella dei coltelli dove il cuoco Tony taglia lattine e pomodori. Il suo gioco preferito per iPhone è “Sally la parrucchiera” e si è così calata nel ruolo che ormai taglia i capelli da sola. Non le piacciono i gatti, l’odore delle strade bagnate d’estate, l’uso improprio della punteggiatura e degli accenti. Le piace leggere seduta sul piatto della doccia, dire con fare snob “a mo’ di”, elencare le cose che le piacciono e non le piacciono. Fissa spesso il telefono, sperando che prima o poi qualcuno la chiami sussurrando “Maccheroni”, come nel film di Miranda July. Per lei l'eleganza è l'idea che c'è dietro al vestito. Quella che ha avuto oggi e anche ieri, indossando la sua camicetta preferita, è "Un pois salverà il mondo ma il mondo non salverà né te né il pois."