Gilda (b/n, 1946, USA) di Charles Vidor, con Rita Hayworth, Glenn Ford, George Mccready
La guardo e mi sento inadeguata. La studio e vedo i suoi capelli, il suo modo di fare, la naturalezza con cui indossa quell’abito di raso nero, il sorriso sicuro, la fretta con cui canta e si muove, con cui toglie quel lungo guanto e mi sento Johnny, inebetito, roso dalla gelosia e dall’impossibilità di amarla. E’ troppo per una donna sola. E’ Gilda.
Si certo, studiata a tavolino per far impazzire gli uomini e per far montare l’ammirazione mista a competizione tra le donne. E’ questo niente di più. Invece.
Senza Rita Hayworth Gilda sarebbe una bellezza fasciata di nero. Quando si costruisce un personaggio colei che la incarna deve essere all’altezza. Rita stessa non riuscì più ad esserlo, nonostante la sua prorompente sensualità persista in ogni personaggio interpretato. Quello sguardo è suo, quel corpo è suo, quel sorriso è suo.
Noi poveri mortali ingabbiati nell’immaginario collettivo, noi che non abbiamo consulenti, truccatori, che non abbiamo la torbida vicenda di Gilda alle spalle per essere come lei, noi come facciamo?
Faccenda semplice e complessa al contempo. Induce alla riflessione. E non potevo che iniziare da un’icona del cinema. Ognuno ha le sue ossessioni e le sue guide. Per cui si riflette iniziando da dove si può.
Riflessioni. Il trucco più grande di Gilda è la somma del meglio in una donna secondo gli uomini. Ma noi donne sappiamo che in ognuna di noi lei c’è. E’ nella natura. La donna attrae, irretisce, avviluppa e decide. Pare. La base è animale. La femmina attrae il maschio che ha selezionato per una migliore riproduzione della specie. Anche il pavone si pavoneggia ma lo fa per essere scelto non per scegliere.
Quindi, secondo una elementare riflessione, noi donne dovremmo avere un potere. Non ne sono convinta. Per niente.
E il fascino degli uomini su di noi? Cosa ci attrae?
Mi innervosiscono questi discorsi, sembrano così definitivi. Però. La sensualità non è di genere, eppure quando si interpella finisce sempre per concernere la donna. Sembrerebbe facile ma, come dire, siate donne e ne riparliamo. Il sesso è un’esperienza comune e dovrebbe essere facile, infatti lo è se si pratica come un meccanismo oliato da millenni. Però.
Ricominciamo. La nostra sensualità e sessualità si è fatta pubblica dal momento in cui è stata rappresentata dal cinema. Non se ne esce. Quando poi tutto questo è diventato merce mai disgiunta dalla bellezza o da un concetto del bello che spinge l’accelleratore verso la perfezione, la partita si è fatta complicatissima.
Non riusciamo più a essere normosensuali, normosessuali. Credete di essere liberi da ogni influenza, lo so, lo credevo anche io,
invece no. Siamo liberi come quando andiamo a fare la spesa e scegliamo cosa mangiare, siamo liberi quanto un pesce che confonde la vaschetta piena d’acqua con l’oceano. Potremmo essere liberi se riuscissimo a ricordarci – ed è facile basta ascoltarsi – che essere sensuali non si impara, lo si è, diversamente sensuali secondo i nostri modi. Gli orpelli non aiutano anzi, zavorrano la nostra capacità di accettazione dell’eterno concetto di eros e thanatos. La sensualità ci spinge verso quel dolce baratro del non ritorno, ci proietta tra le braccia di qualcuno per farci prendere in consegna, prestarci per farci restituire diversi, migliori, felici. Mai allontanare da noi il desiderio di perdersi, di
esporci e se giudizio ci deve essere scegliamo il territorio della sessualità dove niente è come immaginiamo e tutto diventa come siamo.
Perché in genere ci siamo io e te. E vogliamo la stessa cosa. La desideriamo. Cosa ci impedisce di scambiarci noi stessi? In modo dolce, sereno, amandoci un po’, magari anche per lungo tempo, forse per qualche ora, spogliandoci prima dei nostri stupidi timori e poi dei vestiti.
Allora mi rendo conto che a creare qualche problema – ad alcuni tanto problema – non è il sesso ma la sensualità, ossia quello che noi siamo portandolo dentro a quello spazio privatissimo chiamato atto sessuale. Ecco. La sensualità è il modo con cui ci relazioniamo con noi stessi nei confronti del nostro corpo e del corpo altrui, è quel percorso fluido e divertentissimo che imbocchiamo quando pensiamo alle nostre pulsioni in modo sereno, pulito, candido. La sensualità è quella parte di noi che produce energia e con essa si fanno tante cose: si scrive, si pensa, si lavora, ci si relaziona. Basta questo e si può esercitare anche in ciabatte, perché metti una persona in ghingheri, con il profumo giusto, i capelli giusti, il vestito giusto, l’espressione ammiccante giusta ma totalmente concentrata a vendersi e quella persona diventa un mostro disgustoso, che magari ti fai piacere visto che piace, ma sommamente disgustoso. Se conosci la tua sensualità le ciabatte non le vedi nemmeno.
Certo ci sono persone più o meno sensuali, però non esiste in natura qualcuno che non lo sia.
Giusto, ma perché qualcuno lo è di più?
Beh, non lo so. Diciamo che una marcia in più te la offre l’accettazione del piacere, la totale estromissione del peccato, l’abolizione del senso di colpa, il rifiuto categorico della competizione, il rischio di rimanere delusi, una sanissima curiosità; il tutto mischiato ben bene con un grande amore per il viaggio, il mistero e quell’insieme di odori, sapori, profumi che sono lo stare insieme.
Ecco. Credo proprio che tra sensualità e sessualità non esista differenza ma sia una la misura dell’altra, della qualità dell’altra, e se c’è o c’è mai stata allora siamo difronte a una truffa perpetuata ai nostri danni per costruire il proibito, il peccaminoso. E se proprio ci deve essere una parte scabrosa, quasi impronunciabile dentro le alcove a modo, questa deve essere la sensualità, non ho dubbi.
Però.
Ti guardo, ti desidero, ti cerco, ti voglio. Ti voglio??? Sento il tuo odore, i miei occhi nei tuoi, ci piacciamo, ci vogliamo. Ci vogliamo???
Possesso. No, riflettiamo. Beviamoci su e facciamoci due risate. Ridiamo di noi. Giochiamo. Avviciniamoci e vogliamoci così, senza pudori. Vogliamoci.
Riflettiamo, ma dopo.
Gilda (b/n, 1946, USA)di Charles Vidor, con Rita Hayworth, Glenn Ford, George Mccready
Laureata in Storia e Critica del Cinema all'Università La Sapienza di Roma. Mi sono occupata di critica, ho partecipato alla stesura di saggi e ho lavorato dal 2000 al 2002 al Festival Internazionale del Cortometraggio di Siena. Svolgo da anni la professione di segretaria di edizione e in genere non amo fare una lista, basta sapere che il lavoro di cui vado particolarmente fiera è Road to L. (2004)per la regia di Federico Greco e Roberto Leggio, una sfida che ha cambiato completamente il mio modo di fare il mestiere. Da un paio di anni insegno il mio lavoro presso il CineTeatro di Roma. Un paio di esperienze come aiuto regia e qualche mio progetto in vista, questo è attualmente il mio punto di arrivo e inizio.