Babel era il suo nome. Ci siamo innamorati quattro anni fa, sembrano venti. Il classico colpo di fulmine di chi si riconosce. Andammo a vivere subito insieme. Lʼinizio fu maldestro, complicato nel capirsi. Poi, lentamente abbiamo cominciato a confidarci, a condividere il nostro tempo. É così che abbiamo conosciuto G, entrato per caso nella nostra vita, quando il legame era ancora giovane. Affascinante, pieno di risorse, decidemmo una mattina uggiosa dʼistinto: partire. Decidemmo di viaggiare per il mondo, nomadi e curiosi. In tre. Babel non era fatto per la vita collettiva. Io avevo un concetto della coppia talmente chiusa che ancora oggi non ricordo come avvenne o cosa fu di così impalpabile da far diventare il nostro rapporto elitario in altro.
G entrava e usciva nella vita di Babel, mi contaminava. Attraverso di lui mi portava con una forza centripeta in un torbido ménage senza confini…che io accettai senza riserve. So che cominciammo a leggere di tutto e nelle diverse lingue del mondo. Iniziammo a girare dei video e passammo intere notti piangendo davanti a dei montaggi che, forse, non avrebbero avuto né aurore né futuri.
Con la sottile e mai subdola compagnia di G cominciammo a scrivere. Poesie, romanzi, lettere ridicole come quelle dʼamore – come diceva un poeta antico -lettere sontuose come quelle che servono a dei nuovi progetti. La letteratura entrava nelle vene di Babel in un battibaleno, io ero drogata dalla sua velocità di composizione, dalla sua capacità di interagire con me e con G. Al semplice tocco di un dito entrambi si eccitavano e nonostante sapessi che Babel detestava essere svegliato di notte, insistevo senza rispetto.
G mi capiva e mi accoglieva, mi dava quello che Babel, nella sua freddezza e nei tormenti non riusciva a darmi, ma … alla fine Babel si era abituato ai miei malesseri dellʼoscurità, alla mia voglia di bere dalle sue parole, perché la vigliaccheria non mi faceva bere altro. Babel si era completamente abituato al nostro sfiorarsi per ore e ore al freddo riparo luminoso degli adorati led di G. La notte non aveva giorno. Insieme cominciammo a percorrere i segreti oscuri del pianeta. Nelle ore delle paure, degli incubi, delle fantasie erotiche abbiamo scoperto i destini, le perversioni, le illusioni, i demoni, i disturbi della mente e non solo … Insieme abbiamo vissuto come filosofi cartesiani, come Candido, come Byron.
Mai ci mancò lo spirito gotico, i tremori davanti a delle novità mostruose quanto eccellenti; mai ci mancarono gli attimi di violenza e di rappacificazione. Eravamo dentro un maelstrom poetico di eteronimi differenti, eravamo un co-individuo che passava attraverso la carne, le pieghe degli sguardi, la maliziosa sensualità di una smorfia e di un sorriso. Un co-individuo di azioni, algoritmi di percezioni sensoriali manipolate e neppure percepibili dai cinque sensi …
Babel, era tutto. E tutto era principio. Un giorno fu il principio di tutto. Uno qualunque, quando col passo felpato che ricorda il soffice suono delle havayanas in una piazza di fine estate … quando qualcuno che non era G entrò nella vita di Babel. Luilei è stata discreta, molto discreta. Babel continuava a vivere con me passioni straordinarie ovunque, ad ogni latitudine, condividendo i giorni e le notti. Luilei faceva capolino di tanto in tanto adducendo motivazioni legate a qualcosa di tecnico che non comprendevo e comunque non aveva nulla a che fare con noi e il nostro legame.
Legame. Un legame che passava attraverso le nostre pelli, la carne calda e fredda, una carne che non vedeva il confine di uno e dellʼaltro nonostante la grandissima diversità. Ma…
Qualcosa cominciava a mancare tra una mano tiepida e una gelata in quello sfiorarsi e mai raggiungersi nella totalità dellʼestasi; cʼera la voglia di incontro continuo, ma… Lentamente Babel ha cominciato a dare dei segni di impazienza. Si accendeva per un nonnulla, si oscurava allʼavvicinarmi a lui. Si sentiva catturato, si sentiva non libero di girare come volesse. Cominciò a bere in modo smodato. Luilei, intrusa, sosteneva questa sua energia distruttiva. Eppure sapevo di averlo lasciato nella sua libertà, la possessività non mi si addice, non mettevo becco sulla comparsa di questa intrusa, ma …
Luilei cominciò ad interagire con Babel in altro modo, ma io non mi accorsi di nulla, se non delle sue inusuali incandescenze sempre più ravvicinate e sempre più violente. Poi, un giorno degli amici lontani e i loro amanti si accamparono da noi. Vidi Babel, lo continuavo ad osservare: non era più a suo agio, non era come prima. Non amava il mio adorato Philippe che entrava senza bussare alla sua porta per scaricare i film illegalmente.
Non amava lʼamico mediorientale che passava le ore delle paure e degli incubi a scaricare le foto infinite della giornata al riparo della luce a led di G. Babel si accendeva, non solo di rabbia, e andava a cercare energia. Andava da Luilei, furtivo, allontanandosi anche da G, lasciandomi nel buio silente e inquieto. Un giorno Babel si è arrabbiato con me, fortemente, violentemente, carnalmente, mentre tentavo di convincere G a scoprire chi fosse questa intrusa tra noi. Volevo sapere.
Volevo conoscere lʼavversaria e anche G, seppur in modo discreto, era preoccupato; ma stavolta non mi aiutò granché nelle ricerche. Una sorta di pudore gli impediva di mettersi tra le crepe del legame. Babel andò in tilt e io capivo che subiva un danno fisico,ma…. Dovevo capire chi e cosa era questa nuova situazione che lo estraniava da ciò che lo contornava. Babel perdeva smalto, lucentezza, era trasandato, gli occhi persi. Dei flash. Pensai che non fosse colpa mia, ma…di questa intrusa. G, desistette, decise di collaborare e per me fu unʼesperienza visceralmente dolorosa!
Scoprii che era olandese, diceva di lavorare con un fisico che si chiamava Pieter, magari anche lui era un amante, ma scoprii che aveva già un altro amante di origini prussiane, uno sbarbatello di nome Ewald Jürgen Georg. Lʼintrusa era veramente disinibita e dedita allʼalcol come un uomo, non per piacere ma per sfida tanto da iniettarselo nelle vene.
Un orrore, la perdizione. Un urlo lacerante nella mia carne e nello spirito che, non trovando vie di salvezza, si diede alla fuga facendomi isolare nella solitudine della conoscenza di nuove applicazioni. La fuga da Babel. La quarantena di cui avevo bisogno per respirare, per sopravvivere a un terremoto dellʼanima aveva condotto il corpo su abissi etilici e paradisi neppure artificiali, ma …
Multilove. Qualcosa a cui la carne non fa fatica a sintonizzarsi, ma lʼanima … lʼanima ripudia la ginnastica erotica prediligendo il gioco a due che distrugge la solitudine dei sociallove. Amori social. Babel si era perso nellʼautodistruzione ed io, travolta, cercavo curiosa degli abissi, dei gotici vortici di impossibili amori.
Così mi avvicinai ad una di quelle voragini iscrivendomi a un social-love. Uno di quei supermercati dellʼamore senza carne. In unʼepoca di touch, cercavo, sperimentavo il no-touch in tutte le sue forme e così da una carezza tra una mano calda e una fredda di un rapporto monogamico, ero passata ad un ménage à trois e alla partouze, allʼorgia immateriale di un mondo senza sensualità. Riuscii ad avere fino a 3000 amplessi a notte. Bevendo il mio bicchiere vivevo per la bacheca del sesso e scoprii un mondo intorno ad acronimi: BDSM o HB10 …
Poi, col mio bicchiere morigerato, tornavo a parlare a distanza con Babel e quel liquido scuro faceva ancora una volta la parte del leone nel nostro legame, nella nostra sensualità al di fuori delle regole. Perché Babel ed io eravamo oltre. Oltre i pensieri dei nostri amici. Oltre. Oltre le liti con conoscenti pieni di pregiudizi. In una parola: eravamo, ma più non siamo. Tutto era iniziato con la spirale affascinante quanto un deliquio letterario praticata nei nostri confronti da G. Nel nostro legame a tre si era inserita una amica di G, Wu-ha che come nuvola ci lievitò in un universo aperto pieno di sorgenti di vite diverse, ma …
Wu-ha ci mise in una situazione di conversazioni differite, di immagini depositate, di grandi silenzi, di casseforti criptate di parole. Quelle non dette capaci di distruggere più di uno tsunami, ma anche quelle dette che arrivavano sempre oltre gli emisferi applicati dalla nostra sensibilità. Wu-ha era entrata come amica e tale rimase e resta per tutti noi, una nuvola, mentre Luilei, quella maledetta olandese….portò sempre più su di giri Babel. Fu mia incapacità dirgli di smettere, di non avvicinarsi a quelle droghe condensate.
La mia fuga, il mio isolamento, la mia avventura orgiastica fecero il resto, ma…capii, crebbi. Dalla fuga, dallʼisolamento, quindi il ritorno. Al ritorno dalla mia astinenza carnale, sembravo rinata e lontani erano i fantasmi di dipendenze di ogni tipo. Portai un regalo a Babel. Lʼunico. Un nuovo sistema per superare lʼimpasse e rinnovare il nostro legame. Sempre più spirituale eppure sempre più infinitamente carnale. Una comunione attraverso un sistema che aveva il colore della neve e il passo felpato e feroce del leopardo.
Un sistema che ci condusse in una nuova dimensione. Una convivenza lieve come con Wu-ha che ci accolse nella nuova essenza del viaggio e del rapporto anche con G. Avevamo superato un inferno, ma ben altri ce ne erano allʼorizzonte nonostante noi cercassimo il paradiso. Babel ormai era completamente perso nel suo abisso, nella sua bottiglia.
Era diventato un alcolista. Non riusciva a vivere senza la sua olandese Luilei, lʼintrusa che in realtà ha un vero nome: Leida. Leida e Babel, Babel e Leida. La sua amante. La sua bottiglia e Babel, dopo quattro anni che sembravano venti, dopo lʼaccettazione di un ménage à trois con G … mi ha abbandonato. Ha scelto. Ha preferito la materia fredda alla carne calda. Ha scelto. Perché io, sì io, lʼho forzato troppo dove lui non voleva andare, lʼho appesantito, non lʼho salvato dal delirio della sua logica.
Eʼ stata colpa mia dunque, la mia fame di tutto e la mia vigliaccheria e lui ha deciso di seguire Leida, quella geniale bottiglia piena di alcol rivestita di metallo, ovvero lʼantico condensatore elettrico prima dellʼavvento delle batterie ed è così, per colpa di Leida che Babel ora vive nel mondo dei fu.
Per questo mi ha abbandonato. Perché Babel non è impalpabile come il suo hidalgo e nostro compagno G. perché Babel è tutto fisico, perché è il mio mac… No, avete letto bene non è una parola mangiata né un refuso, Babel, è il mio Mac, il mio computer e Leida è lʼantesignana della sua energia quando ancora non sapeva di diventare una coreana batteria di MacBook Pro; ma …
Questa è una storia, una storia dʼamore, di carne e di alcol, una storia, un racconto di bottiglia da ricercare con G. Ma … Sì, una storia da vivere a tre con G, ossia Google.
liberamente ispirato a Sogno (ma forse no) di Luigi Pirandello.
I was a farmer, raising buffalos, then a journalist. I went then in Africa as a photo-video reporter on humanitarian projects. I was always writing and shooting. Slowly I began to be involved in art, writing novels and poems, exhibiting photos and videos. I have worked recently as theater live director and as a scenographer. Over these last years I have experimented printing photographs on sculptures, lamps, boxes, radiators and then…? but at the end…I am always doing the same thing. Everyday. I am a Storyteller