“Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni.
Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla.
Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio, e gli avvenimenti
del suo passato…
Italo Calvino, Le città invisibili, La città e la memoria 3
La periferia è uno di quei temi su cui tutti hanno qualcosa da dire. La stratificazione di commenti ed interpretazioni che negli anni si sono rincorsi ha nascosto sotto montagne di luoghi comuni le riflessioni più stimolanti.
Le infinite sfaccettature dell’argomento sembrano disegnare un vero e proprio imbuto critico: non importa l’estrazione sociale o il livello di istruzione, non c’entra nulla l’età o l’orientamento politico, ognuno con i propri mezzi giunge senza molti passaggi alla stessa equazione finale: periferia = distanza. Dal centro, dal bello, dall’attrazione del momento.
Capire a quale periferia apparteniamo: geografica, metaforica o provvisoria è un modo per non cedere alla tentazione di utilizzare unicamente gli strumenti disciplinari dell’architettura e capire se i luoghi in cui viviamo sono davvero come li vediamo o, piuttosto, dei Frankenstein urbani, esperimenti parzialmente riusciti i cui risultati stanno impazzendo.
periferia geografica
Più di ogni altra, forse, la questione della distanza, del luogo in cui la periferia si insedia e cresce caratterizza il significato del termine. In essa si concentra tutto l’immaginario collettivo di marginalità ed esclusione, di spazio destinato al nuovo e, dunque, lontano dalle radici. Nella misura in cui l’identità deriva dalla storia, dal contesto, non riusciamo ad immaginare che qualcosa di contemporaneo possa contribuire a costruirla.
In questo senso, le potenzialità di nuovi modelli insediativi in cui dare spazio a sperimentazione e servizi cede alla angosciante suggestione di un colonialismo locale, fatto di quartieri-avamposto della città in espansione.
La questione, così, da razionale finisce per diventare emotiva; da funzionale, estetica. La logica della crescita edilizia come testa di ponte dello sviluppo urbanistico, spesso utile per ricucire aree sorte in modo spontaneo e deregolato con la città storica, affievolisce di senso di fronte a scelte architettoniche più attente alla quantità piuttosto che alla qualità. Ma l’idea che quest’ultima sia una prerogativa della città storica è più frutto di rassegnazione che di convinzione. I temi della distanza geografica e quelli della distanza sociale, sembrano oggi meno nitidi di un tempo e la descrizione della periferia urbana si articola in forme più complesse che esprimono una nuova vitalità ed importanti potenzialità.
Se, infatti il centro antico della città è spesso rimasto il fulcro economico e funzionale più pregiato, è anche vero che la periferia di oggi può trovare terreno fertile nella evoluzione della domanda. Le esperienze future si giocheranno, probabilmente, sul campo della sostenibilità, dell’accoglienza, degli stravolgimenti nel modo di intendere il nucleo familiare: è il momento di trasformare queste esperienze in vero e proprio atto pedagogico, in occasione di integrazione collettiva.
periferia provvisoria
La periferia non è più la stessa. E’ invecchiata, ha una storia, è storicizzata.
Improvvisamente espulsa dal purgatorio sociale è pronta a fare il grande salto verso il centro. L’operazione di lifting urbano, già ampiamente in atto, affonda le proprie radici nel fattore tempo. Il tempo crea nuove identità, innesca processi dinamici, rivoluziona aspettative e capacità. A volte.
Le occasioni di crescita urbana che hanno saputo spostare l’attenzione dal fenomeno quantitativo all’aspetto qualitativo non sono poche; interi quartieri oggi perfettamente integrati nel tessuto cittadino erano, solo pochi anni fa, luoghi marginali. La Garbatella, a Roma, era periferia e così numerose altre esperienze ancora relativamente giovani. Si tratta, è bene precisarlo, di spazi in cui la progressiva perdita di contemporaneità non corrisponde mai ad un tracollo di qualità. Il valore funzionale e formale di questi luoghi sembra continuare a modellare la vita dei suoi abitanti attraverso i segni del tempo, non tramite gesti di maquillage.
Esistono casi, invece, in cui dietro a nomi rassicuranti si iniziano a nascondere programmi inquietanti. Esperienze al limite dell’illusione in cui il controllo sul fattore temporale avviene secondo una logica a dir poco lontana dall’usuale. Vecchio è bello, anche quando non è vecchio, anche quando non è bello. Ampie zone di quartieri in larga parte abusivi cambiano improvvisamente d’abito, brillanti operazioni commerciali storicizzano in un batter d’occhio intere aree, assegnando loro quell’aurea di tradizione che fa tanto identità. Non un cambiamento a livello di servizi, niente miglioramento degli standard, zero spazi verdi. Solo un invecchiamento precoce, senza maturità.
periferia metaforica
L’accezione del temine periferia è indefinita almeno quanto lo sono i suoi confini fisici. Sembra di essere di fronte ad uno di quei cartelli stradali che annunciano l’inizio della città quando ci si trova ormai a pochi minuti dal centro. Il disordine semantico che accompagna la parola nasce, probabilmente, dall’usura di alcuni vocaboli, architettonici e sociali.
La distanza che spesso separa le ragioni dei progettisti (o dell’economia) dalle attese degli abitanti ha creato un vuoto in cui non è più riconoscibile né il modello sociale né quello architettonico di riferimento. In questo stato di confusione generale legare in modo univoco termine e significato è praticamente impossibile. Non che sia mai stato facile, non che mettere d’accordo generazioni e categorie di fruitori sia mai stato un compito semplice. La città, intesa come enorme macchina sociale, come delicato equilibrio tra scelte individuali e collettive vive di contraddizioni frutto di percezioni, usi, abitudini assolutamente soggettive. Lo stesso spazio può infondere sensazioni opposte, aldilà della qualità che lo caratterizza.
Così la periferia. Si può abitarla senza saperlo, senza volerlo.
Quando l’architettura riesce nel difficile compito di dare dignità e segnare appartenenza allora tutto diviene relativo, allora la somma delle esperienze sembra generare un’unità apparente. Un centro.
Ascolto consigliato: http://www.youtube.com/watch?v=-6_B6zhENrQ&feature=fvst
[ph. http://www.flickr.com/photos/geomangio/]
Kilometrozero nasce dall'incontro di tre giovani architetti, Daniele Marcotulli, Gabriel Enrique Nariño e Arianna Nobile uniti da percorsi formativi paralleli e già impegnati in esperienze professionali convergenti. Rigore e sperimentazione sono alla base di un laboratorio in cui sensibilità differenti si uniscono in un metodo condiviso. Un approccio trasversale capace di dare ascolto alle istanze in gioco e di concentrare, esaltandoli, gli apporti che la preziosa ricerca di sinergie sarà capace di fornire. L'attività dello studiosi muove dalla progettazione di interni fino ad interventi di carattere urbano, impegno a cui affianca la partecipazione a concorsi di progettazione, attività di ricerca e collaborazioni editoriali.