Mentre la telecamera inquadra alti palazzi, diversi tra loro, alcuni di cinque, altri di sei, altri ancora di quattro o sette piani, si percepisce un sottofondo indistinguibile, risultato di schiamazzi e urla di bambini che felici giocano in strada.
A questo punto, la voce del narratore pronuncia una frase agghiacciante: “la classe dirigente se ne vergogna (di questa parte di città) perché è povera e sporca e certo ha ormai tacitamente deciso la sua distruzione”.
E’ questo il destino di molte periferie. Quasi tutte in verità rappresentano sistematicamente, nei discorsi dei politici e degli esperti di turno,un problema da risolvere, n luogo da riqualificare, una ripercussione, un effetto collaterale insomma, di questa epoca che potremmo definire “urbana”.
A ben guardare però, non di conseguenza bensì di causa si tratta, dal momento che la popolazione cittadina ha ormai ampiamente superato quella della “campagna”, della provincia e che, paradossalmente, è ora la periferia il luogo centrale della vita e della storia. Non, dunque, un male da curare o nascondere ma la fotografia più vivida ed attuale della contemporaneità.
La nostra società ricca e occidentale si affida ad architetti e urbanisti per progettare, alcune volte con dubbi risultati, le periferie.
Al contrario, negli altri continenti – dall’America Latina all’Asia, passando per l’Africa -l’inurbamento frenetico e incontrollabile si affida inevitabilmente all’autocostruzione e all’architettura informale per mano degli abitanti stessi che divengono, al contempo, pianificatori, architetti, costruttori ed utilizzatori finali della città.
Tutto ciò produce quello che nei paesi ricchi e industrializzati definiamo, in modo superficialmente dispregiativo, di volta in volta “bidonville”,”baraccopoli”,”favela”: agglomerati, comunque, di tuguri invivibili, sporchi e fatiscenti, attraversati da strade sterrate dove la delinquenza dilaga indisturbata e per i quali, appunto, l’unica soluzione ad apparire sensata sembra essere la demolizione e la ricostruzione ex-novo sulla base di un moderno (moderno?) progetto urbanistico.
E’ esattamente così che si è proceduto in pressoché tutte le metropoli dei paesi in via di sviluppo: quartieri di baracche letteralmente cancellati per far posto a nuove case che, pur nella loro economicità, rispettassero tutti gli standard necessari a garantire condizioni di vita sufficientemente adeguate e dignitose.
Ma proprio a questo punto, inatteso, si è verificato un cortocircuito: le strade, ora presentino finalmente asfaltate e confortevoli si sono svuotate, è svanito quel fermento di giochi, commercio informale…in una parola, con le baracche sembra essere scomparsa la vita che le animava. La criminalità e la povertà che si volevano azzerare sono sopravvissute, banalmente traslocate nei nuovi quartieri come avviene con i vecchi arredi adattati ai nuovi appartamenti.
Ma soprattutto, fatto sconcertante, gli abitanti, per il benessere dei quali viene fatto tutto ciò, rimpiangono le vecchie sistemazioni e, va da sé, la passata miseria.
Questo è quanto accadde, non molti anni fa, a Matera, esempio di povertà che all’alba degli anni cinquanta contava più di metà della sua popolazione abitare nei famigerati “Sassi” dove le condizioni igieniche erano spaventose e dove le persone dividevano le dimore con i propri animali come descritto, in modo indimenticabile, da Carlo Levi nel suo “Cristo si è fermato a Eboli”.
Ebbene sulla scia dell’indignazione prodotta da quelle pagine e sullo slancio della grande crescita economica di tutto il paese, si decise di porre rimedio a quella situazione inaccettabile, e di farlo in modo irreversibile: si incaricarono i più illustri architetti dell’epoca di progettare nuovi sobborghi modello nei quali accogliere le persone che abitavano le vecchie case ricavate nella roccia e abitate sin dalla preistoria.
I progetti furono magnifici, un’architettura a misura d’uomo che ancora oggi sorprende per sensibilità ed attenzione alla tradizione locale, villaggi, come “La Martella” di Ludovico Quaroni che rappresentano, a ragione, un esempio.. eppure, nonostante ciò, la gente faticò e in definitiva non superò mai il trauma di essere privata della propria identità e di quel precario, seppur misero, equilibrio che la costituiva.
Ciò dimostra, in modo inequivocabile, che quando si parla di città non ci si può riferire unicamente al suo aspetto fisico, ai suoi edifici, ma si deve assolutamente estendere il discorso alle persone e alla comunità che la popolano; Patrimoni architettonici senza firma e apparentemente senza valore sono in realtà la memoria della nostra storia che per essere salvata non può prescindere dal essere abitata: paradossalmente oggi, proprio i Sassi di Matera, vergogna di un paese avido di modernità solo pochi decenni fa, sono divenuti, dopo restauri minuziosi, lussuose ed esotiche residenze di villeggiatura per ricchissime persone provenienti dalla parte opposta del mondo, ironia della sorte, proprio ora che sono state dotate di ogni comodità non possono più essere occupate da quelle famiglie che per millenni le hanno ritenute la propria casa
E allora forse è il caso di ripensare certi interventi e di realizzare che l’approccio corretto, forse, è quello opposto, della periferia come “risorsa”. Lo sono i suoi spazi, formali ed informali; lo sono, soprattutto, i suoi abitanti. Quella sterminata distesa di costruzioni precarie e poverissime rappresenta(va), infatti, il loro personale universo, il senso di una vita spesa a metterle insieme ed a costruire, oltre alla struttura, quella rete sociale che ha permesso una solidarietà (ed una solidità) apparentemente indistruttibili. Per noi e per le metropoli che affolliamo, quelle società parallele sono, semplicemente, un pezzetto di futuro umano e culturale.
Ed ecco allora le scuole di pensiero affollarsi intorno alla dignità dell’autocostruzione: , pratica, in certe parti del mondo, abituale, in grado di generare un fortissimo vincolo di identità con il luogo e che in passato (anche piuttosto recente, a dire la verità) è stata – vale la pena non dimenticarlo – la realtà anche di molte delle nostre città. Realtà recuperate, gentrificate, inglobate, salvaguardate.
A questo proposito come non ricordare alcune sperimentazioni, che in questi ultimi anni, hanno prodotto interessantissimi risultati proprio in questo ambito come ad esempio la magnifica esperienza del “Rural Studio” ,che in Alabama, si impegna nella conservazione e nello studio delle pratiche costruttive locali, oppure il gruppo “Elemental” di Alejandro Aravena, che dopo il Cile sta esportando in altri paesi il concetto di architettura autocostruita come sur plus economico da sfruttare per la progettazione di abitazioni con budget minimi.
Non si può e non si deve intervenire in una realtà così complessa come quella della periferia, che si regge su delicatissimi equilibri, con interventi semplicistici e superficiali.
Mi viene in mente il programma “Metrovivienda” introdotto negli ultimi quindici anni dalla città di Bogotà, in Colombia, che pur con lo scopo nobilissimo di offrire abitazioni a basso prezzo per le classi più povere, ha ignorato le tradizioni sociali e costruttive della gente, sostituendo alle povere baracche, quartieri sempre più vasti, di palazzi dai tre ai cinque piani, caratterizzati da una monotonia alienante tipica delle peggiori architetture moderniste, ignorando così il rapporto tra gli abitanti e lo spazio pubblico fattore tipico della città sud americana
Salvaguardare la dignità sociale che anima le strade è, infatti, la sfida più affascinante e sorprendente. Presupposto fondamentale a qualsiasi intervento sulle periferie deve essere allora un deciso cambiamento dell’approccio con la quale ci si confronta sul tema, che non smarrisca né la sensibilità né la cautela che si adottano (a ragione, per carità) per i luoghi storici ma, invece, la estenda anche a contesti altrettanto fragili e delicati (soprattutto politicamente) come i margini della città, riscoprendo, verrebbe da dire, una sensibilità neorealistica.
Avremmo voluto sorprendervi con qualcosa di diverso ma, davvero, non possiamo farne a meno…E allora, in chiusura, ci prendiamo la libertà di citare Pasolini, quando invitava a “difendere e salvaguardare anche un umile ed anonimo sentiero con la stessa buona volontà profusa nella conservazione dei capolavori degli artisti più illustri, poiché solo così ci saremmo potuti premunire dal dilagare anonimo della contemporaneità”.
Ecco, l’abbiamo fatto. Ma solo perché sappiamo che avreste condiviso.
Andrea Bentivegna
[ph. http://www.flickr.com/photos/ci_polla/]
"Interazioni Urbane” è un'associazione che non ha fini di lucro e che ha per scopo l'elaborazione, la promozione, la realizzazione di progetti di solidarietà sociale, tra cui l'attuazione di iniziative socio educative e culturali. L'associazione si propone, in particolare: - di interagire con studenti e professionisti italiani e stranieri per promuovere lo scambio ed il confronto culturale, attraverso workshop, mostre, conferenze ed altri momenti di aggregazione - di collaborare con Enti, Istituzioni e Comunità Locali per intervenire attivamente e creativamente nei-luoghi irrisolti-delle realtà urbane - di mettere a frutto la propria professionalità e sensibilità per affrontare situazioni di emergenza ambientale e sociale