Periodico Telematico di informazione
Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 630/99 del 24 Dicembre 1999
 

intervista raccolta da Barbara Marcotulli.


Fabrizio Fabbri è l’autore di “Periferie”, volume pubblicato da GRRRzetic che raccoglie le sue storie.Essenziali, quasi zen, come se l’utilizzo di anche una sola parola in più potesse compromettere la loro traiettoria, destinata a colpire il cuore, con precisione. Per questo “Periferie” è un libro che fa sicuramente centro. Perché parla di quella parte di noi meno addomesticata, quella che abbiamo imparato a non attraversare per evitare di consumare le difese che sorreggono la nostra “tranquillità”.

Periferie non è rassicurante, non insegna nulla, non ha intenti pedagogici, è più di un “libro assassino” (titolo tra l’altro di una delle storie contenute nel volume), è un serial-killer. A cadere sotto i suoi colpi sono le illusioni che ci siamo costruiti in decenni di vita, una dopo l’altra. È la realtà che si frantuma come un cocomero raggiunto da un colpo di mazza”(…)

(courtesy of Succo Acido.net)

D. Perché periferie, al plurale?

R. Semplicemente perché quasi tutte le storie sono ambientate in quel contesto suburbano, e soprattutto perché molti personaggi del libro sono persone confuse senza un loro centro interiore: anche loro periferici, al 100%.

Una delle storie, ad esempio, parla di un ragazzo con problemi di uso di alcool e droghe. Un ragazzo con una vita apparentemente normale: di giorno è un operaio per una ditta municipalizzata che aggiusta i danni nella rete idrica, ma di sera frequenta cattive compagnie.

In una sera di nebbia, stordito dall’alcool e da altre sostanze, mentre torna a casa col suo motorino finisce prima rovinosamente dentro una buca profonda nell’asfalto, e poi all’ospedale con fratture multiple.

Mesi dopo, ancora con un braccio al collo, è stato lui stesso  a raccontarmi cosa fosse accaduto, aggiungendo, sorridendo a denti stretti: “pensa te,  quella buca l’avevo scavata io quel mattino stesso, per aggiustare un tubo dell’acqua, e l’avevamo transennata con cordelle e lumini…ma non è servito a niente!”.

Ecco. Secondo me la vera periferia è quella dentro di noi: siamo noi a scavare le buche nelle quali, prima o poi, finiremo per cadere dentro.

 

D. Quali sono i quartieri di periferia? È periferia tutto ciò che è lontano dal centro , o ci sono altri elementi che vengono considerati? O forse non è neanche una questione di elementi?

R. Cercherò di essere semplice…Che cosa è la periferia ? La periferia sono i quartieri di una città più lontani dal centro. Ma mentre il centro è sempre uno solo, le periferie sono tante: periferie degradate, periferie meno degradate, periferie selvagge, zone industriali; i centri commerciali con i loro immensi parcheggi, gli svincoli autostradali.

Secondo me, al giorno d’oggi è considerata  periferia tutto ciò che vive ai confini  del cosiddetto “mondo civile”, dove la legalità fa fatica ad entrare.

Voglio riflettere su due elementi cha aiutano a comprendere i cambiamenti e gli atteggiamenti dei diversi quartieri: il verde e la notte. Il verde: notiamo come le piante cambiano man mano che ci allontaniamo dal centro. Si passa da piante e prati curati, innaffiati, concimati, a spazi ed aiuole sempre meno curate, marciapiedi che si riempiono di erbacce e gramigne.

E così è per la notte: cambiano le persone,  e nelle zone più selvagge della città prostitute ladri e tossicomani la fanno da padroni.

 

D.Quali sono le periferie che racconti? Chi ci vive?

R. Le periferie che racconto sono le mie, quello che vedo fuori dalla mia finestra: palazzi cubo, marciapiedi sconnessi, lampioni sbilenchi, buche nell’asfalto, auto e camion sempre in movimento verso supermercati e zone industriali.

Io, però, ho sempre abitato negli ultimi palazzi della periferia, quelli  “di confine”. Sembra una metafora ma, dalla mia finestra, se guardo lontano, tra i palazzi cubo, vedo campi di grano e di patate, e la possibilità di spazi aperti e infiniti.

Ho sempre avuto la fortuna di poter salire su una bici e, dopo 300 metri, di  respirare l’aria carica d’ossigeno e profumata della campagna. Ma anche la possibilità, al contrario, se l’avessi voluto, di puntare verso il centro e respirare tonnellate di gas di scarico.

Nella mia zona vivono per la maggior parte operai, artigiani e, in minor parte, commercianti e impiegati con le loro famiglie. E io cerco di raccontare le loro storie, storie di personaggi che rifiutano la cosiddetta “vita “normale, come quelle del pedofilo guardone, dello studente bocciato, del tossico smemorato. O di quelli che, dopo anni di lavoro-sveglia alla stessa ora- pranzo e cena alla stessa ora- a letto alla stessa ora…scoppiano,e vanno fuori di testa, di brutto.

 

D.”Le città prendono forma dal deserto a cui si oppongono”(Calvino): a cosa si oppongono, secondo te, le nostre periferie?

Sono loro, o la città il deserto?

R.E’ una domanda difficile. Si, penso proprio di sì:  le città, e prima di loro ogni insediamento, si sono create per paura. Insieme ci si aiuta, si socializza, ci si difende meglio…sono nati così i primi villaggi, poi diventati città, generando gigantesche periferie. Sì, le città si sono formate per paura del deserto, della peste, del nemico, e in parte è ancora così. Gli uomini vanno dove c’é cibo e lavoro; si spostano per necessità. Il deserto è la fame (di lavoro, di potere, di successo) ed esiste ancora.

La città è come una persona, “il centro è la sua anima”, e più ci allontaniamo dal centro più viviamo confusi. Ma centro e  periferia sono dentro uno stesso organismo, ed allora il punto e’ che il vero deserto è dentro di noi: siamo noi che facciamo l’ambiente, non viceversa. Non dovremmo mai trovare scuse del tipo: ”vivo in un  brutto posto di periferia e per quello mi sento triste, e a disagio, etc.”

 

D. Le storie che racconti sono reali?

R. Sì e no. Quasi tutte le mie storie nascono da fatti e persone conosciute realmente e poi adattate per il fumetto. Alcune sono inventate prendendo spunti da fatti e dalle mie riflessioni. E’ banale dirlo, ma la realtà supera notevolmente la fantasia; la fantasia è infinita come un sogno, è senza confini ma anche molto superficiale. Scrivere di vite reali ti obbliga a dei limiti, ma puoi permetterti maggior profondità.

 

D.Stare per strada come unico modo per stare al mondo? Qual’è l’unica strada per (soprav)vivere?

R. La strada è un modo per stare al mondo, certo, ma non il solo. Stare in casa al calduccio, magari davanti a una tv e un computer aiuta, si, a combattere la paura. Ma vivi? Conosci cose del mondo? Mia figlia, per esempio ha 1400 amici su Facebook e passa ore ed ore a dialogare con loro.

L’anno scorso abbiamo deciso di passare 4 giorni a Istanbul per incontrare un’amica conosciuta in rete, e  quei 4 giorni sono stati per lei più profondi, più saporiti, più intensi che gli altri 361 passati davanti allo schermo.

La strada per sopravvivere? Mi piace di più l’idea della strada “ per vivere”. E’ quello che già stiamo facendo: il nostro lavoro, gli amici, la famiglia …La strada per vivere è fare le stesse cose, ma con gli occhi aperti, respirando profondamente, non temendo la consapevolezza.

 

D. Trovi che il centro si stia avvicinando alla periferia? O che stia accadendo il contrario?

R. In senso strettamente fisico torniamo alla domanda precedente: il centro e la sua periferia si stanno mescolando. I vecchi abitanti lasciano il centro città per abitare in quartieri più vicini al lavoro, e magari più respirabili mentre il centro si svuota, i negozi finiscono in mano a cinesi, indiani, pachistani…Civiltà lontanissime finiscono per mescolarsi, e ridisegnare le città.

 

D.La periferia può sparire come nozione di “luogo senz’anima”?

R.Non capisco la domanda: se un luogo è senz’anima è già sparito. Ma se è selvaggio, sporco, inospitale, forse un luogo e’ anche più vicino al divino, all’anima. “Dio è un selvaggio, perché non si può domare”( Osho )

 

D.Da dove incomincia il recupero della periferia?

R.Come dicevo prima, siamo noi che facciamo il luogo, quindi è su di noi  che dobbiamo lavorare. Io vivo in un  paesino confinante con una città (Bologna). Per anni, specialmente d’inverno, di sera non c’era niente, era un vero e proprio “dormitorio”.

Adesso va leggermente meglio: ci sono alcuni centri giovanili e sociali, il cinema che ha ripreso l’attività, le piste ciclabili, numerose società sportive che aiutano a socializzare, ma c’è ancora tanto da fare. Forse la soluzione ottimale sarebbe non cementificare i quartieri di soli palazzi ma costruire in maniera più umana, formando piccoli nuclei autosufficienti…Non una grande città, ma tanti piccoli paesi che replichino un modello a dimensione più raccolta

 

D. Perché la scelta del fumetto per raccontare le periferie? Forse perché ” “l’illustrazione è un mezzo per esplorare il vuoto di una società che lascia che sia il disegno, il segno, l’unico punto di riferimento per i giovani“? O piuttosto, perché” disegnare ti aiuta a essere una persona semplice” (Simon Wheatley) e quella semplicità riesce a filtrare l’essenza delle cose?

R. Bellisimi questi due aforismi, specie il secondo! Per me, fin da piccolo, da sempre, il disegno e’ stato il “mio” mezzo di comunicazione. Ho sempre avuto difficoltà a parlare in pubblico, ed in privato, e il disegno mi ha aiutato a esprimere le mie emozioni.

Quando ho scoperto i primi giornaletti a fumetti per me si è aperto un mondo. Volevo essere un fumettista ma la vita a volte è complicata, e per campare ho fatto tutt’altro, ma la passione è rimasta e…appena ho dieci minuti di tempo prendo la matita e butto su carta le mie impressioni.

Anche quando viaggio ho sempre con me il mio taccuino, che diventa un vero e proprio diario disegnato.

Cerco sempre di essere semplice, sia nel testo che nel disegno. Il testo, a volte, è di pochissime parole, sintetico al massimo, lucido, preferisco lasciare che siano le figure a parlare. Idem per il disegno: a volte non adopero né la matita né la gomma, per fare in modo che sia più spontaneo possibile: come dice Wheatley “per carpire l’essenza, la profondità delle cose”.

 

D. Per tanti, da tanto, la periferia rappresenta tutto: la vita e la morte ma, soprattutto, un pozzo dove attingere artisticamente in maniera costante. Cosa rappresenta per te?

R. E’ vero. Come ho già detto, la periferia, i confini del mondo, le zone borderline sono senza ombra di dubbio una miniera inesauribile di storie. In questi ambienti, le possibilità aumentano per chiunque raccolga le storie di queste vite suburbane fatte di tutto e del suo contrario. Ma c’è anche altro, noi siamo anche molto altro. Prendiamo un bosco, per esempio. Nel bosco c’é di tutto: animali notturni, cinghiali predatori, piante rampicanti, una coppia di innamorati che cammina mano nella mano, cacciatori di frodo, funghi velenosi…un infinito. Ed anche il bosco ha un suo centro e una sua periferia. Ma questa è un’altra storia.

 


Un ringraziamento speciale a “Bicio”Fabrizio Fabbri per la delicatezza, la pazienza, la passione. Ed a Silvana Ghersetti di GRRRzetic per averci messi in contatto.


Fabrizio Fabbri è un’artista eclettico,  che passa dal fumetto alla tela dipinta, dalla vignetta di satira alla poesia, contaminando i vari generi tra di loro. Nasce il 28 10 1954 a Palazzuolo sul Senio (FI),  attualmente vive e lavora a Castenaso (BO), ha collaborato nei vari anni con diverse riviste di satira e fumetto, come Zut, Cuore, Emme, Animals, ma sopratutto con Frigidaire di V. Sparagna.Diverse sono le sue mostre personali seguito dalla galleria Atrebates di Dozza (BO) . Nel 2007 vince il premio per la satira politica italiana di forte dei Marmi.Ha pubblicato due libri, ”Il naso di Pandora”(Montedit ed.), l’altro di fumetti,”Periferie” (Grrrzetic ed.).

vietatosfumare.bicioart.blogspot.com

 


 



 

Barbara Marcotulli

Attualmente Project Manager per Promoroma , ha maturato lunga esperienza nel settore della valorizzazione del territorio attraverso le attività legate all’innovazione, al turismo, alla cultura. Esperta di comunicazione e social marketing ha maturato numerose esperienze in ambito internazionale, anche nell’ambito di programmi EU, e collabora con importanti brand in qualità di consulente sui temi del turismo culturale e dell’heritage interpretation. E’ corrispondente per blog e magazine italiani e stranieri, e formatore in materia di eventi culturali e marketing territoriale. Appassionata viaggiatrice, raccoglie appunti su fogli volanti che hanno la tendenza ad andare regolarmente smarriti. Ha una spiccata propensione ad inciampare, ed a smarrire apparecchiature elettroniche ma non perde mai il senso dell’orientamento. Ogni tanto non disdegna un gelato.

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