Periodico Telematico di informazione
Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 630/99 del 24 Dicembre 1999
 

Gli architetti sono figure professionali da sempre associati ad un immaginario collettivo positivo.
La parola stessa architetto viene utilizzata per indicare un creatore, un ideatore di sistemi complessi una figura che governa con intelligenza e creatività il mondo: si passa dal contemporaneo tecnico dell’architetto di sistemi (informatici), all’Architetto dell’Universo di matrice massonica.
L’architetto è spesso immaginato come un professionista felice, realizzato, creativo, ispiratore di successo; lo troviamo spesso al centro di campagne pubblicitarie, dal Renzo Piano che dopo migliaia di anni aveva magicamente ripensato al legno, a Fuksas che disegna nuvole nel cielo e le trasforma in materia solida, fino al recente studio che sa sempre come “trasformare un errore in una opportunità”.
Un immaginario collettivo che disegna dei professionisti positivi, magari idealisti, creativi e visionari, magari poco concreti o vagamente effeminati, ma sempre legati ad una idea di successo.
Un cliché difficile da smontare, che si è accentuato con il fenomeno mediatico rappresentato dalle Archistar: autentiche icone mediatiche che affrontano il progetto e le trasformazioni urbane con un approccio più simile a quello dei grandi stilisti della moda, che vengono chiamati per dare lustro alle idee e agli interventi caratterizzati da grandi investimenti o che richiedono un grande supporto mediatico. Si chiama il grande architetto come si chiama la grande società di consulenza, spesso per coprire e giustificare a priori determinate scelte già adottate precedentemente.
Così come ci si veste Armani o D&G, dando per scontata la qualità (magari un po’ cafona) del vestire, le città tendono a vestire Fuksas o Hadid per dare maggiore forza a scelte urbanistiche che altrimenti sembrerebbero, all’opinione pubblica, perlomeno strane, e i cui costi associati, risulterebbero difficilmente giustificabili in presenza di scelte “tarocche”.
Non voglio qui entrare nel merito della validità o meno dei risultati progettuali di molte famose firme, che andrebbero analizzati uno ad uno e che spesso suscitano grande clamore e vivaci polemiche per le scelte progettuali. Voglio invece sottolineare che, nel beno o nel male, la figura dell’Archistar incarna la rappresentazione più estrema dell’architetto demiurgo, eticamente impegnato a salvare le sorti della città agendo eugeneticamente sulla trasformazione del territorio: l’architetto contemporaneo è un super-eroe eticamente impegnato a salvare il mondo.
Si tratta di una visione fortemente etica della progettazione, che se da una parte conferisce al progettista una missione morale (quella di migliorare il mondo in cui interviebe), dall’altra riconosce implicitamente l’illusione che l’architetto abbia realmente questo potere. Significativamente proprio agli albori del fenomeno Archistar, la Biennate di Archiettura del 2000 diretta da Massimiliano Fuksas si intitolava “Less Aestethics, More Ethics dove: “fondamentale per Fuksas è la necessità di un nuovo modo di relazionarsi con l’architettura, privilegiando, rispetto all’estetica di un progetto, la ricerca di nuove risposte etiche per affrontare le sfide poste dalla realtà”.
Come ci ha già fatto notare Chiara Giorgetti spesso i supere eroi posseggono un’identità nascosta, una seconda vita nella quale la debolezza umana ha il sopravvento, ma nella quale anche il super-eroe finisce per risultare un povero meschino e perdente, che reagisce ai normali problemi dell’esistenza con gli strumenti che la sua umana natura gli ha messo in mano.

Ma cosa accadrebbe se scoprissimo che l’architetto non è un supereroe?
Cosa succederebbe se dovessimo scoprire che gli architetti, com molti altri comuni mortali, soffrono, faticano, vivono la loro quotidiana lotto contro l’esistenza, vittime delle più comuni debolezze dell’umana esistenza?
Come ci comporteremmo se dovessimo all’improvviso scoprire che non esiste un salvatore?
Forse nulla, o forse l’umanità cadrebbe in una improvvisa ondata di panico, scoprendo che i suoi difensori, i suoi mirabili paladini sono solo dei comuni mortali, incapaci di alcun potere salvifico; chissà?
Intanto qualcuno ha pensato bene di provare a mostrare una realtà diversa, mettendo a nudo, pur con evidenti velleità voieuristiche, la cruda umana rappresentazione del dietro le quinte dei più famosi studi professionali di architettura.

Ne esce fuori un quadro desolante:
“Non pagano, ma almeno mi hanno regalato una moleskine che secondo me era riciclata!”

“Spesso il giovedì arrivava mail del tipo: vista la fortunata mole di lavoro siete caldamente invitati a rimanere a lavorare anche il weekend, nessuno escluso, per la buona riuscita del lavoro…”

mi sono reso conto che è nel suo piccolo rappresentativo di tanti difetti del mondo dell’architettura italiano: stipendi miseri in una città dagli affitti stellari, orario di lavoro facilmente oltre le 12 ore giornaliere e sabato obbligatorio, boss completamente preso dal suo egocentrismo sconfinante in mobbing con punte razziste che pensa di poter turbare aste, corrompere comuni e fare inciuci con colleghi e addetti ai lavori promettendo articoli sulle riviste o favori di altro tipo, dipendenti paragonabili a un gruppo di schiavi caddisti appena usciti dall’università che nonostante le interminabili ore lavorative producono molto poco, capeggiati da “associati” e “partner” tra cui la moglie succube, l’amante disillusa, il socio privo di identità e spirito di iniziativa. Se a questo ci aggiungi un’atmosfera cameratesca in cui le persone non vengono mai motivate a fare meglio, ma piuttosto aizzate le une contro le altre, in cui l’organizzazione interna è assolutamente inesistente, in cui la professionalità dei singoli o del gruppo di lavoro non ha possibilità alcuna di potersi confrontare con realtà internazionali, hai fatto l’Italia degli architetti”

“Come i Marlene Kuntz, hanno dato i meglio ai loro albori”

“… esordisce dicendo che nel mio portfolio (quello che han già visionato insieme al CV e per il quale sono stato contattato) non si vedono edifici “curvi” ma solo edifici “dritti”. Mi verrebbe da chiederle come mai mi ha cercato ma lascio perdere, chissà cosa avrei potuto/dovuto rispondere?
Mi chiede se attualmente sto lavorando, nonostante stia parlando alle 11.30 di mattina e a risposta negativa chiude questa brillante interview con “ah ma quindi nu stai lavorando, vabbò va”.
Ragazzi che professionalità, questa è la massima cifra architettonica che l’italietta riesce ad esprimere”

“…dopo avermi spiegato che l’architettura, nello studio, è solo una terra di mezzo, tira fuori una cintura di cuoio, senza le cuciture, piena di buchi con infilati all’interno e legati degli scobidoo colorati (presente gli anni 90?) spiegandomi come fosse uno degli ultimi lavori dello studio. Ho avuto fin da subito il presentimento che quell’esperienza,ai fini dell’esame di stato, non mi serebbe servita granchè…”

Il sito Archleaks per la sua natura smaccatamente delatoria, dove chiunque può postare liberamente quello che vuole, senza alcuna possibilità di controprova o di verifica documentata, è ben lontano dall’essere una denuncia significativa ed autorevole dei reali problemi che la categoria degli architetti precari affronta nella professione: altri siti e movimenti hanno cercato e cercano di esprimere e combattere il disagio e le condizioni di sfruttamento dei colleghi precari, avendo il coraggio di agire in prima persona con azioni aperte e denunciando.

Però il sito offre comunque uno spaccato verosimile della varia umanità che sta dietro ai nostri super-eroi: presumibilmente succederà che i più colpiti si indigneranno, che puntuali arriveranno le smentite, che qualcuno chiederà l’immediata chiusura del sito. Sarà fin troppo facile per i nostri super stellari, sminuire la validità di quanto riportato sotto il comodo scudo dell’anonimato, facile gridare al complotto, così come facile ridurre i commenti negativi all’opera di pochi isolati vendicativi e rancorosi.

 

Però gli stessi dovrebbero riflettere sul fatto che uno dei pochi che ne esce incolume è il premio Pritzker meno mediatico che ci sia, l’australiano Glenn Murcutt

“Impariamo da questo geniale architetto…che in solitudine progetta e disegna i suoi meravigliosi edifici, al tavolo da disegno, con una matita e un foglio. Dove la mano è guidata da un’idea forte e non scontata”

Uno spunto che ci dovrebbe far riflettere come la qualità dell’architettura sia il prodotto di un processo che permea di qualità ogni fase della sua produzione; una qualità che non può tralasciare l’ambiente in cui questo processo si sviluppa nelle sue fasi più significative. Una qualità che ha come responsabile diretto chi ha il potere di gestire e organizzare quell’ambiente. Una qualità che chi si propone come artefice eugenetico di grandi cambiamenti urbani, non può permettersi di trascurare nell’intimo del proprio studio professionale.

Come recita lo slogano del primo Spiderman di Sam Raimi: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità!”

Invito con questo tutti gli studi che si sentiranno ingiustamente denigrati da questo divertissement, non avranno che da fare una sola cosa: dimostrare con i fatti che sono migliori!

Concluderei citando uno dei commenti più significativi:
“Io sto cercando lavoro per ora… Leggendo tutte ste cose ho deciso di fare il muratore”

 

Giulio Pascali

Giulio Pascali è nato a Pisa il 9 agosto 1971. E’ architetto laureato presso la Facoltà di Roma La Sapienza nel 1996. È socio fondatore dell’associazione Amate L’Architettura – Movimento per l’architettura contemporanea (www.amatelarchitettura.com) e dell’associazione di promozione sociale Urban Experience (www.urbanexperience.it). Vive e lavora a Roma presso una importante società di gestione immobiliare come Program Manager per interventi di sviluppo immobiliare in Italia e all’estero. Ha svolto incarichi di collaborazione per progetti architettonici e impiantistici presso il Ministero degli Affari Esteri, la Ferrari, la Nuova Fiera di Roma. È stato membro del comitato di redazione della rivista AR. Si interessa alla promozione dell’architettura contemporanea e alle potenzialità offerte dalla rivoluzione digitale sui nuovi approcci partecipativi alla realtà urbana e alle influenze che l’approccio cognitivo dei social network offre alle metodologie progettuali. Recentemente ha organizzato il concorso di fotografia “Finding Flaminio”, il “Kinetic Radio Raid Roma” e il “Walkshow Architettura 2.0” disegnando percorsi ludico partecipativi mirati al coinvolgimento degli utenti cittadini per un utilizzo più attento e consapevole della città.

1.117 visualizzazioni

Valuta questo inserimento
MediocreDecenteBuonoInteressanteMolto Fico (1 votes, average: 4,00 out of 5)
Loading ... Loading ...