Periodico Telematico di informazione
Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 630/99 del 24 Dicembre 1999
Beatrice Sacchi vive da sola

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Mi chiamo Beatrice Sacchi, ho 84 anni e vivo da sola.

 

Sono una persona vecchia, una di quelle dei trafiletti di cronaca il cui cadavere viene ritrovato dopo settimane dal decesso. Ho sempre temuto di diventare una di quelle e ho evitato per anni di leggere la cronaca, come qualche credulone superstizioso che eviti di leggere la profezia della sua morte nascondendo il foglietto dell’oracolo nel cassetto dei calzini spaiati, solo dopo averlo imparato a memoria.

 

L’ultima persona che mi avrebbe potuto salvare da uno di quei trafiletti era Maria Vittoria, la mia migliore amica, morta cinque anni fa. L’ultima di una lunga lista di inevitabili lutti: mio marito, mio fratello, i miei genitori, il mio vicino storico, il portiere del condominio, la signora che mendicava fuori al supermercato.

 

Quando ero giovane, prima di sposarmi, mi piaceva dire con orgoglio “Vivo da sola”, quel senso di appartenenza esclusiva a me stessa mi rendeva pensabile di poter possedere il mondo, come la sensazione deluxe di non comprare sapendo di poterlo fare.

Oggi che sono vecchia quel “Vivo da sola” mi suona invece come una patetica sentenza del reale andata a male, come quei cantanti che si ostinano nel replicare esibizioni di quaranta anni fa che già quaranta anni prima erano ridicole e quaranta anni dopo sono solo quaranta volte più ridicole, con parrucchini al posto di parrucche e pannoloni in cui infilare le zampe al posto di pantaloni fluo a zampa d’elefante.

 

Non che io non mia sentita sempre vecchia e al minimo fuori tempo massimo, una lunga collana di perle grigie riposta nella prima scatola cinese sottomano, ma questa è un’altra storia e un’altra persona, entrambe smarrite nel fondo perduto della vita. A volte vorrei che un’Alzheimer galoppante mi portasse via da ciò che è stato, un oblio definitivo che permettesse alla mia testa di raggiungere da sola Samarcanda prima della nera me stessa, lasciando tutti gli altri organi a vivere ciò che è fino a quando non sarà più.

 

Ho pensato di scrivere queste righe dopo aver riletto anche oggi una delle mie pagine preferite di Faulkner. Sarà solo l’ennesimo fallimentare tentativo di sfuggire all’inevitabile, lo so, ma magari qualcuno le leggerà e non so come questo in qualche modo possa consolarmi adesso, per poco, per finta, per niente. Magari qualcuno le leggerà e cercherà una mia foto, anzi ne lascio una qui, insieme a queste righe, nella stessa busta. E’ di qualche anno fa, io sono quella a sinistra, quella a destra con gli occhiali è Maria Vittoria. Magari qualcuno prenderà questa busta e la porterà a casa e la mostrerà alla moglie o al marito. Oppure la riporrà in un cassetto e un giorno la regalerà a una nipote. O finirà in un mercatino delle pulci e qualcuno addirittura la comprerà per qualche spiccio e la userà come segnalibro, magari di un libro di Faulkner. O chissà, forse finirà semplicemente in un cassonetto e sarà distrutta prima ancora di essere letta

 

“Finisce così?”.

“Sì, guarda, manca anche il punto, sarà stata interrotta mentre scriveva”.

“E come mai non ha continuato?”.

“E io come faccio a saperlo?”.

“Non lo so Bea, tuo padre non te l’ha spiegato?”.

“Te l’ho già detto e te lo ripeto per l’ultima volta. Beatrice Sacchi era la migliore amica di mia nonna, Maria Vittoria, si conoscevano dai tempi dell’università. Dopo la morte di suo marito pare che perse completamente la testa, era diventata pericolosa per sé e per gli altri e a malincuore mia nonna che era l’unica persona che aveva accanto, fu costretta a ricoverarla in un ospizio. Spesso neanche la riconosceva, oppure le urlava contro, ma lei due volte a settimana andava a trovarla e rimaneva con lei, anche in silenzio, per interi pomeriggi. Un giorno, durante una delle sue visite, la signora Sacchi era lucida, o così sembrava. Al momento dei saluti ha abbracciato mia nonna e le ha dato una copia di Assalonne, Assalonne di Faulkner con una busta dentro, esattamente tra pagina 138 e 139, quella di cui parla nella lettera. Dopo quel giorno non ha più voluto incontrarla, si è chiusa nella sua camera, ha chiuso con il mondo. Dopo circa un anno è morta. Erano così legate che quando sono nata mia nonna ha chiesto ai miei genitori di chiamarmi Beatrice”.

“Wow, che storia”.

“Già, che storia”.

 

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“Io? Vuoi che la tenga io?”

“Sì” disse Judith. “Oppure distruggetela. Come volete, leggetela se volete oppure non leggetela se volete. Perché si fa così poca impressione, vedete. Tu vieni al mondo e tenti e non sai perché solo continui a tentare e vieni al mondo insieme a un mucchio di altre persone, tutta aggrovigliata a loro, come loro tentando, dovendo muovere braccia e gambe con cordicelle, solo che le stesse cordicelle sono legate a tutte le altre braccia e gambe e gli altri tentano tutti quanti e neanche loro sanno perché, tranne che le cordicelle si impicciano tutte a vicenda come sarebbe a dire cinque o sei persone tutte intente a cercare di fare una stuoia sullo stesso telaio solo che ciascuna vuol tessere la stuoia secondo il proprio disegno; e non può avere importanza, lo sapete, sennò Coloro i quali impiantarono il telaio avrebbero predisposto le cose un po’ meglio, eppure deve avere importanza purché tu seguiti a tentare o a dover continuare a tentare e poi tutt’a un tratto è finita e tutto quel che ti rimane è un blocco di pietra con qualche scalfittura sopra purché ci sia stato qualcuno a ricordarsi di far scalfire e collocare il marmo, o che ne abbia avuto il tempo, e ci piove sopra e il sole ci splende e dopo un po’ non si ricordano neppure il nome e quello che le scalfitture tentavano di dire, e non ha importanza. E così forse se tu potessi andare da qualcuno, quanto più estraneo tanto meglio, e dargli qualcosa  – un pezzo di carta – qualcosa, qualunque cosa, non certo perché abbia un significato in sé e gli altri non debbono neppure leggerlo o tenerlo, nemmeno preoccuparsi di buttarlo via o distruggerlo, almeno sarebbe qualcosa giusto perché sarebbe accaduto, sarebbe ricordato quand’anche solo passando da una mano all’altra, e sarebbe almeno una scalfittura, qualcosa, qualcosa da poter lasciare un segno su qualcosa che fu una volta per il motivo che può morire un giorno, mentre il blocco di pietra non può essere è perché non può mai diventare fu perché non può mai morire o perire…”.

 

(da Assalonne, Assalonne di William Faulkner)

 
Anna Masucci

Anna Masucci

Cura le pubblicazioni e gli eventi per una Organizzazione non governativa anche se crede che la cooperazione possa essere inutile e a volte dannosa. L’ultimo libro che ha letto prima di quello che sta leggendo ora è “L'Inumano" di Massimiliano Parente. Il primo libro che ha letto dopo l’ultimo è “American Psycho” di Bret Easton Ellis. Adora le televendite, soprattutto quella dei coltelli dove il cuoco Tony taglia lattine e pomodori. Il suo gioco preferito per iPhone è “Sally la parrucchiera” e si è così calata nel ruolo che ormai taglia i capelli da sola. Non le piacciono i gatti, l’odore delle strade bagnate d’estate, l’uso improprio della punteggiatura e degli accenti. Le piace leggere seduta sul piatto della doccia, dire con fare snob “a mo’ di”, elencare le cose che le piacciono e non le piacciono. Fissa spesso il telefono, sperando che prima o poi qualcuno la chiami sussurrando “Maccheroni”, come nel film di Miranda July. Per lei l'eleganza è l'idea che c'è dietro al vestito. Quella che ha avuto oggi e anche ieri, indossando la sua camicetta preferita, è "Un pois salverà il mondo ma il mondo non salverà né te né il pois."

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