William guardava fuori dalla finestra la pioggia. Erano tre giorni consecutivi che pioveva e sembrava non voler smettere.
Tutto quel grigio non lo aiutava certo a scacciare i problemi che da un po’ di tempo lo stancavano. Non era stressato, era esattamente stanco; come se ogni giorno con quei pensieri ci stesse litigando corpo a corpo.
Questa lotta interna, attraverso quelle gocce, gli appariva ancora più inutile, o meglio, inesorabile.
Guardò l’orologio. Segnava le 20 e 45… era ora di andare a casa di lei.
Mentre stava per oltrepassare l’entrata a casa di Giulia il cielo si illuminò.
Iniziò a contare… uno, due, tre, quattro, cinque… ed ecco il tuono, rombante e fragoroso in lontananza.
Entrato si diresse verso la stanza da letto, consapevole che era lì il posto dove era atteso. Giulia però non c’era; solo la televisione accesa. Si sedette sul letto attendendo.
Nei cinque minuti che passò in attesa si lasciò persuadere da un presentatore in giacca e cravatta che il quadro all’asta in quel momento aveva le caratteristiche dominanti che tanto amarono i pittori del dopoguerra; con quei colori sfuocati, quelle donne girate di spalle e quel cielo abbandonato a se stesso.
Per attirare l’attenzione di un pubblico probabilmente in fase digestiva e quindi svogliato all’acquisto ripeteva: “Signori!! Dove la trovate un opera così? Dove la trovate un opera così. Dove?”
Nella testa di William la domanda era però un altra: Giulia dov’è?
Mentre sul televisore passava la scritta “soddisfatti o rimborsati” arrivò lei.
Non disse nulla di speciale, un bacio di qualche secondo e poi si mise a sedere.
“Che hai fatto oggi Giulia?”
“Ho lavorato allo spaccio della Signora Monroe fino alle tre. Poi ho fatto un giretto per il centro, sono arrivata a casa, mi son lavata ed eccomi qua”.
“A mezzogiorno sono passato allo spaccio e non c’eri…”
“A pranzo? E’ venuta a trovarmi Johanna e siamo andate a mangiare insieme”.
“Sono rimasto a parlare con la Signora Monroe…”
“Davvero… secondo te mi assume a settembre?”
“E’ dura assumere qualcuno che ti racconta balle!”
Giulia si alzò di colpo. Girò le spalle e incrociò le braccia stringendosi i fianchi.
Dalla finestra entrò la luce di un lampo… uno, due, tre, quattro…
“Basta! Sono stanca di tutte queste chiacchiere. In questa città sapete solo giudicare. Esci di casa e la gente fa scommesse su dove andrai, con chi starai, se tornerai… è possibile vivere così? Io cerco di fare tutte quelle belle cosine che vi piacciono tanto ma non sono portata, ok? Io ho voglia di respirare… mi capisci? …ho bisogno di essere libera, io. Stare in armonia, io. Essere consapevole…”
William durante tutto quel discorso riuscì a pensare solo che Giulia aveva un corpo fantastico. Una bella bambola da vetrina; guardare ma non toccare… fragile.
“…non voglio finire i miei giorni a fare la commessa allo spaccio della Signora Monroe. Ho dei sogni da realizzare, voglia di una famiglia, voglia di scoprire il mondo. E la gente deve smetterla di dirmi cosa devo fare, non ho chiesto io tutto questo, e non vedo perché qualcuno si premuri per impormelo. Vadano loro a sorbirsi i discorsi pallosi della Monroe… ma non ce l’ha un marito con cui sfogarsi; o forse è troppo impegnato a correr dietro alle ventenni chiaramente più carine e dai discorsi ingenui ma non pallosi. Te l’ho mai raccontato che una volta il Signor Monroe c’ha provato con me? è lì che ho capito che in questo sporco gioco non ci volevo entrare”.
La situazione stava prendendo una brutta piega; stava diventando una lotta inutile.
“…perché se devo essere sincera…”
William non poteva credere alle sue orecchie. Quella parola sembrava troppo messa lì apposta, voleva essere un colpo ben piazzato.
“…insomma ci sono andata a letto. Due o tre volte per capire la verità. E l’ho trovata. Tra i suoi spermatozoi stanchi e il suo sudore che sapeva di tabacco. Tutte le volte nel retro bottega del negozio della moglie, in segno di sfida. Quando iniziò a far promesse ho capito che stava soltanto scappando dalla vita che faceva. Ero un diversivo capisci? Gli servivo come anestetico per non sentire più il peso delle cose, delle scelte che avevo fatto. Allora l’ho mollato e dalla Signora Monroe ho iniziato ad andarci quando ne avevo voglia oppure tutti i giorni ma in maniera superficiale perché c’era il rischio che diventassi come loro. Poi sei arrivato tu…”
“E hai fatto lo stesso con me!”
Giulia si voltò mentre un nuovo lampo andava a illuminare la volta celeste. Entrambi aspettarono il tuono come se fosse il suono della campana sul ring.
Uno, due, tre.
“Cosa vuoi dire con questo?”
“Dico che anche tu fai le stesse cose. Ti comporti esattamente come tutti. Per definirti vittima di questo sistema devi farne parte. Quindi non riempirmi il cervello di palle perché la realtà è un’altra”.
“Io non ti racconto balle. Voglio solo farti capire il mio punto di vista. Non voglio invecchiare con il pensiero che mio marito mi metta le corna con tutte quelle che riesce a rimorchiare. Voglio una vita diversa, e la voglio con te!”
“Dovrei essere il tuo anestetico?”
“Vuoi farmi piangere? Vuoi vedere la tua Giulia piangere? E’ questo quello che ti interessa?”
“Che diamine c’entra questo?”
“Mi stai dando un grosso dolore amore mio. Il più grande che si possa augurare…”
“Io voglio solo uscire da questa situazione. Quanto tempo è che invece di far l’amore litighiamo? Ne hai un idea?”
“E ieri cos’era per te?”
“Sesso! Meccanico, non riproduttivo, fine a se stesso!”
“Oddio, sto per svenire… fammi un po’ di posto che devo sdraiarmi per un attimo”.
Giulia si stese sul letto a fianco di William. Come ogni sera si stavano preparando per una resa incondizionata. Bisognava solo farla apparire una scelta di entrambi e non causata dai problemi che gli giravano attorno.
Così il maschio, quello che doveva dimostrare di essere il più forte, si alzò. Andò verso la porta di ingresso e mise mano al contatore della luce. Tolse la corrente a tutta la casa, a tutti i rumori e tornò nella stanza da letto sdraiandosi in fianco a lei, la femmina Giulia, quella che voleva essere corteggiata, coccolata, viziata.
“Oggi quand’ero sono venuto a cercarti e sono rimasto un po’ a parlare con la Signora Monroe è arrivato suo marito… ci siamo salutati e poi è andato nel retro bottega. La moglie dava le spalle alla porta comunicante con il magazzino e non poté vedere che suo marito stava facendo entrare di nascosto una ragazza. Cercai di non farle capire nulla e restai impassibile. Inizialmente non ci avevo fatto caso, però dopo un po’ ho visto sul volto della Monroe una strana piega delle rughe. Lei sapeva che suo marito la stava tradendo ed io stavo diventando in quel momento complice di quella tragedia. Non potevo andarmene, sarebbe stata obbligata dal suo orgoglio ad intervenire. Io ero il suo anestetico. L’unica cosa per cui resistere all’evidenza dei fatti”.
Durante il tempo che William raccontò, Giulia si era già spogliata e stava cominciando a spogliare anche il fidanzato. Fece tutto in silenzio portando comunque la massima attenzione a ogni parola che nel buio si andava a spegnere come piccoli lampi privi di tuono.
“Un giorno tutto questo finirà, te lo prometto. Non vorrei che con un’altra ragazzetta la Signora Monroe scoprisse tutto. La gente parla troppo, gli rovinerebbe la vita e non se lo merita!”
“Tutto finirà quando avrai un figlio vero? Solo che lui è troppo esperto e io troppo stupido per finire nella tua trappola…”
“Ho voglia di fare l’Amore”.
“Anch’io, ma non me lo concederai neanche oggi”.
Scrivo, leggo, suono, cucino, bevo, non fumo, guido, dormo, guardo, ricordo, dipingo, sogno, nuoto, fotografo, cammino, biciclo la città e quando mi avanza tempo faccio il programmatore informatico.