Infinitesimali pixel si aggregano sul monitor. Formano un’immagine familiare, riemersa dagli anni proprio dietro alle mie spalle. E’ un’onda emozionale che prende gli occhi, li colma di rabbia spazzando via tutto con mano incerta. E’ un’onda asciutta che gratta su una materia delicata. Brucia al contatto continuo. E’ imbarazzante però sto soffocando e mentre tento di respirare senza fermarmi un attimo per valutare il meglio da fare, sopravvivo emettendo soffi a mantice faticosi da ascoltare. Per chiunque. Persino per me, che pure continuo a soffocare nell’incoscienza.
E venne il cancro e fu un evento, di quelli che non sai mai cosa metterti. Quella malattia che molti chiamano “il male brutto”. Io la chiamo “il grande WOOON”* ma in genere quando ne parlo uso il suo nome, cancro.
Onestamente mi irrita quando viene accostato alla Mafia, alla corruzione, a tutti quei maledetti malanni di una società che generalmente ha paura di chiamare con il suo nome l’unico che se lo è conquistato. Come dire…quando ho avuto il cancro avevo dentro la Mafia? La P2? Le ‘ndrine? A saperlo mi preoccupavo di più.
Non ci facevo caso prima. A tante cose non facevo caso. Spesso non facevo caso alla vita se non come accessorio al lasciarmi vivere.
Il giorno in cui me lo hanno detto la notizia mi ha attraversato ed è volata via. Quel giorno si è palesato “il grande WOOON” ma non gli ho dato importanza. Lui mi ha guidato verso la notizia, le ha dato notizia che avevo avuto notizia, ci ha preso insieme e ci ha detto: “Non sono un dio, sono una cosa elastica dentro cui adesso voi due entrate insieme e fate due chiacchiere. Conoscetevi e moltiplicate i vostri sensori. Udite prima di farvi udire. WOOON!”.
Fico, mi sono detta. Mi stai dicendo, oh WOOON, che questa merda può diventare un’opportunità? Mirabile WOON, non sarai un dio, e lo preferisco, ma sei proprio grande. Convincimi.
Se stavo impazzendo era l’ultimo dei miei pensieri. Avevo un po’ da fare sapete…
Mi versai un po di gin e guardandomi allo specchio mi dissi:” Hey bambola, qualcuno ti è venuto a trovare. Che dici gli scarichiamo addosso una bella calibro 45?”.
Non avevo scelta, così chiamai Dasy che chiamò John che chiamò Jenny la rossa e quel brocco di Russell e ce ne andammo al solito club, quello dove Jenny la rossa l’ultima volta si rimorchiò quel pacco di milioni chiamato diosachecosa. Insieme decidemmo che non potevamo fingere che WOON non fosse arrivato e facemmo un piano. La prima opzione fu la famosa strategia a tenaglia, ma quasi da subito dovemmo ripiegare su una decisa e pericolosissima azione apparentemente suicida. Funzionò.
In tutto questo WOOON se ne stette lì a vedere l’effetto che faceva. Lui che tutto aveva provocato se ne stava lì trasformato in ospite pulito, ordinato, eternamente seduto accanto a me. Alla mia destra. Come se fossi Dio. Mi induceva persino al ridicolo, giocherellando con il tamburo della vecchia 45 e facendo smorfie inopportune simulando una roulette russa da pochi centesimi.
Lo dissi anche a Jenny, intenta a mettersi a posto le tette dentro un reggiseno di una taglia più piccolo, le famose tette di Jenny la rossa che non ho mai capito perché continuasse a frequentare quel brocco di Russell. Lei mi disse guardandomi distrattamente mentre le due tette sembravano centinaia: “Focalizza il suo sguardo. Guarda sempre le cose di cui non parla”.
Cara Jenny la rossa, donna dalle molte facce tante quanti sono i pettegolezzi su di lei…
Il tempo filtrava come dentro un setaccio dai buchi troppo stretti, WOOON mutò sganciandosi dal suo aspetto terreno per diventare presenza eterea ed era questa la missione, la mia missione, ucciderlo per tenere di lui quello che mi serviva e farlo diventare infine “il grande WOOON”.
“Hey bambola” mi chiese Jenny dopo una manciata di mesi che erano diventati almeno un paio d’anni “dopo aver sparato che cosa hai pensato?”
“Be’ sai rossa, considerando la mia mira, che ho avuto culo.”
* è in omaggio a George Carlin, uno dei più grandi stand up comedian della storia
Laureata in Storia e Critica del Cinema all'Università La Sapienza di Roma. Mi sono occupata di critica, ho partecipato alla stesura di saggi e ho lavorato dal 2000 al 2002 al Festival Internazionale del Cortometraggio di Siena. Svolgo da anni la professione di segretaria di edizione e in genere non amo fare una lista, basta sapere che il lavoro di cui vado particolarmente fiera è Road to L. (2004)per la regia di Federico Greco e Roberto Leggio, una sfida che ha cambiato completamente il mio modo di fare il mestiere. Da un paio di anni insegno il mio lavoro presso il CineTeatro di Roma. Un paio di esperienze come aiuto regia e qualche mio progetto in vista, questo è attualmente il mio punto di arrivo e inizio.